Durante un servizio andato in onda su 60 Minutes, Demis Hassabis ha offerto uno sguardo ampio e penetrante sulla traiettoria accelerata dell’intelligenza artificiale, una traiettoria che descrive come una curva esponenziale “dritta verso l’alto”. A suo dire, questa accelerazione è alimentata da una combinazione sempre più potente di investimenti, attenzione mediatica, ricerca scientifica e afflusso di talenti globali. Seduto di fronte al giornalista Scott Pelley, il co-fondatore e amministratore delegato (CEO) di Google DeepMind rievoca la sua infanzia segnata da una precoce passione per gli scacchi e i giochi strategici, elementi che hanno contribuito a plasmare la sua visione attuale: creare una forma di intelligenza in grado di imitare l’uomo e persino superarlo per capacità di calcolo, memoria e comprensione.
Uno degli esempi più emblematici mostrati durante l’intervista è Astra, un assistente dotato di visione artificiale e interazione vocale, in grado di vedere il mondo attraverso la fotocamera di uno smartphone o di un paio di occhiali e interpretarlo con sorprendente naturalezza. Astra riconosce opere d’arte, descrive emozioni, costruisce narrazioni coerenti a partire da un’immagine e risponde con inflessioni quasi umane. Hassabis spiega che Astra è solo un’anticipazione di ciò che verrà: un’anteprima di Gemini, modello in fase avanzata di sviluppo che promette un’intelligenza ancora più capace e polivalente. Gemini sarà progettato per agire nel mondo fisico, prenotando servizi, gestendo transazioni e assistendo in una varietà di attività quotidiane, incarnando così l’idea di intelligenza generale artificiale. Hassabis prevede che, entro un arco temporale di cinque-dieci anni, potremo convivere con sistemi realmente immersi nella nostra realtà quotidiana, in grado di comprenderla a fondo e di adattarsi a essa in tempo reale.
Ma la trasformazione non si ferma al software. Una delle aree più promettenti è la robotica. DeepMind, insieme ad altri team di ricerca, sta sviluppando prototipi capaci di interagire fisicamente con l’ambiente, interpretare comandi ambigui, identificare colori e forme e collaborare con esseri umani in compiti complessi. Questi sistemi iniziano a ragionare in modo contestuale, ad esempio comprendendo che l’unione del giallo e del blu produce il verde e agendo di conseguenza. Hassabis descrive questo momento come la soglia di un nuovo paradigma: robot capaci di apprendere dal contesto e svolgere attività utili nella vita di tutti i giorni, oltre i limiti finora imposti dalla programmazione rigida.
Il cuore del suo lavoro, però, resta la scienza pura. Uno dei traguardi più significativi raggiunti da DeepMind è stato il progetto AlphaFold, capace di decifrare la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine. Si tratta di una svolta storica: laddove prima occorrevano anni per determinare la forma di una singola proteina, l’intelligenza artificiale ha permesso di risolverne duecento milioni in meno di un anno. Grazie a questa impresa, Hassabis e il collega John Jumper hanno ricevuto il Premio Nobel. Ora, la stessa metodologia viene applicata allo sviluppo di nuovi farmaci, tradizionalmente un processo lungo e costoso. Hassabis sostiene che tempi e costi potrebbero ridursi drasticamente: da dieci anni e miliardi di dollari a pochi mesi e risorse molto più contenute. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare, un giorno, a curare tutte le malattie conosciute, grazie all’intervento dell’intelligenza artificiale.
A fronte di questi progressi, la questione della coscienza artificiale non può essere elusa. Interrogato sulla possibilità che un’intelligenza artificiale possa sviluppare autoconsapevolezza, Hassabis risponde con cautela: a suo avviso, i sistemi attuali non mostrano segni di coscienza, ma la possibilità teorica esiste. Non è un obiettivo esplicito, afferma, ma potrebbe emergere come effetto collaterale del processo di apprendimento. Una macchina che comprende la differenza tra sé e gli altri potrebbe avvicinarsi a qualcosa che ricorda la coscienza, anche se – osserva – mancherebbe comunque il substrato biologico che ci rende umani. Questo pone un interrogativo profondo: se una macchina si comportasse esattamente come una persona cosciente, potremmo mai esserne certi? O saremmo ingannati dal comportamento, senza comprendere la reale natura del sistema?
Per questo, spiega, occorre lavorare con urgenza sui sistemi di controllo. È fondamentale che l’apprendimento delle intelligenze artificiali venga guidato, come si guida un bambino, attraverso esempi, dimostrazioni, regole e valori. I cosiddetti “binari di sicurezza” sono indispensabili per evitare che sistemi autonomi possano deviare da comportamenti utili e sicuri. Le preoccupazioni, ammette, non sono legate solo ai modelli stessi, ma anche agli esseri umani che li utilizzano per scopi dannosi, o alle pressioni competitive che potrebbero portare a sacrificare le misure di sicurezza in nome della velocità o del profitto.
Guardando al futuro, Hassabis immagina un mondo in cui l’intelligenza artificiale potenzia le capacità umane e trasforma in profondità il modo in cui viviamo, pensiamo, produciamo conoscenza. Invita filosofi, scienziati, governi e cittadini a prepararsi a un cambiamento epocale. Se oggi è ancora un essere umano in carne e ossa a firmare il registro dei Nobel, domani – si chiede – chi sarà a lasciare il segno? Una macchina? Un collettivo uomo-macchina? O qualcosa di ancora più inedito, che oggi non siamo in grado nemmeno di concepire?

