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Draghi propone di trasformare la domanda frammentata delle imprese europee in contratti pluriennali capaci di finanziare nuova capacità di calcolo, valorizzare i dati del continente e accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale.

Nel suo intervento sul Financial Times, l’ex presidente della BCE indica nei dati il patrimonio su cui l’Europa può costruire maggiore autonomia tecnologica. Per valorizzarlo propone un meccanismo concreto: acquisti pluriennali condivisi, capaci di sostenere nuovi investimenti nelle infrastrutture e accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale.

Per costruire l’intelligenza artificiale europea, Mario Draghi parte dai clienti. Prima ancora di chiedersi chi realizzerà i nuovi centri di calcolo, occorre capire chi si impegnerà a utilizzarli, per quanto tempo e con quali volumi di acquisto. Nel contributo pubblicato sul Financial Times l’11 settembre, l’ex presidente della Banca centrale europea mette al centro della sua proposta una questione industriale molto concreta: riunire la domanda delle imprese, oggi frammentata, in contratti abbastanza grandi e duraturi da rendere finanziabili nuove infrastrutture. È attraverso questo passaggio che l’Europa potrebbe collegare la diffusione dell’AI alla crescita di una propria capacità tecnologica.

Il ragionamento affronta il rapporto fra adozione e investimenti dal punto in cui le due cose possono rafforzarsi reciprocamente. Le aziende hanno bisogno di potenza di calcolo accessibile per introdurre l’intelligenza artificiale nei propri processi. Chi costruisce data center, a sua volta, ha bisogno di clienti disposti ad assumere impegni economici sufficientemente prevedibili. La proposta di Draghi consiste nell’organizzare questo incontro su una scala che il mercato europeo, lasciato alla somma delle singole decisioni aziendali, fatica a raggiungere.

Alla base c’è una diagnosi sulla crescita. Nell’analisi di Draghi, l’Europa deve recuperare produttività per continuare a finanziare il proprio modello sociale e sostenere le nuove esigenze economiche. Una delle stime citate nell’intervento colloca il divario di produttività per ora lavorata fra area euro e Stati Uniti a 9 dollari nel 2018 e a 21 dollari nel 2025. Lo stesso autore invita alla cautela nei confronti internazionali dei livelli di produttività, che dipendono dai metodi utilizzati. La divergenza nei ritmi di crescita resta comunque il punto economico da affrontare.

L’adozione diffusa dell’intelligenza artificiale viene indicata come una delle strade più promettenti. Secondo gli scenari della BCE richiamati da Draghi, una diffusione rapida potrebbe aggiungere ogni anno fra 0,3 e 0,4 punti percentuali alla crescita della produttività totale dei fattori. Questa misura riguarda i miglioramenti ottenuti impiegando più efficacemente le risorse produttive: processi migliori, organizzazione più efficiente, maggiore capacità di trasformare gli investimenti in risultati. Il confronto è con una crescita di questa componente rimasta approssimativamente nulla dal 2022. Si tratta di scenari condizionati alla velocità di adozione della tecnologia, quindi di un potenziale da realizzare attraverso decisioni e investimenti.

Da questa impostazione emerge una conseguenza importante: la diffusione dell’AI nelle attività economiche assume un peso strategico accanto allo sviluppo dei modelli più avanzati. Un sistema produttivo può ottenere benefici quando molte imprese riescono a integrare strumenti efficaci nel lavoro quotidiano. Il valore economico della tecnologia dipende anche dalla possibilità di utilizzarla in modo continuativo, a costi sostenibili e su una base sufficientemente ampia. È su questa dimensione industriale dell’adozione che Draghi concentra la sua proposta.

L’autonomia europea, nella sua lettura, va costruita partendo dalle posizioni effettivamente disponibili. I laboratori del continente dispongono oggi di risorse finanziarie inferiori a quelle dei principali concorrenti americani e cinesi, mentre la produzione dei semiconduttori più avanzati presenta un forte ritardo. Il controllo dei dati offre invece uno spazio su cui l’Europa può ancora sviluppare una strategia propria, collegando un patrimonio già esistente alla capacità di ricavarne nuova crescita.

Draghi richiama in particolare le informazioni accumulate dalle amministrazioni pubbliche, dagli archivi sanitari e dagli istituti statistici, insieme ai dati generati da una manifattura altamente automatizzata. Sono risorse legate alla storia e alla struttura produttiva del continente, che acquistano utilità economica attraverso la possibilità di essere elaborate e impiegate. Nell’intervento viene citata una stima della Commissione europea secondo cui l’economia dei dati potrebbe superare gli 800 miliardi di euro entro il 2030, raggiungendo oltre il 5 per cento del prodotto interno lordo europeo. È una previsione sul valore di un’intera economia alimentata dai dati, distinta dal prezzo attribuibile agli archivi in sé.

Per trasformare questo patrimonio in applicazioni servono però infrastrutture adeguate. Qui Draghi introduce uno dei confronti più netti del suo intervento: l’Unione europea ospiterebbe meno del 5 per cento della capacità mondiale di calcolo per l’intelligenza artificiale, contro il 75 per cento degli Stati Uniti. Anche considerando i data center ordinari, il quadro descritto è quello di una disponibilità insufficiente rispetto alla domanda. Il divario viene stimato in circa 3 gigawatt, approssimativamente un quarto della capacità attualmente installata in Europa, con una possibile crescita fino a 14 gigawatt entro il 2030. Le cifre descrivono, rispettivamente, la situazione attuale e una proiezione futura.

Questo passaggio modifica la prospettiva del dibattito sugli investimenti. Draghi considera la discussione sull’eventuale eccesso di costruzione dei data center soprattutto una questione americana. Per l’Europa individua una priorità diversa: aumentare la disponibilità di infrastrutture per rendere possibile un impiego molto più esteso dell’AI. La capacità di calcolo entra così nel ragionamento come condizione della crescita, perché la sua disponibilità e il suo prezzo influenzano la convenienza di un numero crescente di applicazioni. A questo proposito cita anche il sovrapprezzo del 15 per cento applicato da Amazon al proprio cloud sovrano in Germania rispetto al servizio standard.

La collocazione geografica degli impianti è una parte della questione. Draghi distingue fra infrastrutture situate in Europa e infrastrutture sottoposte a controllo europeo. Gli operatori americani possono fornire una quota rilevante della capacità necessaria attraverso servizi gestiti nel continente. Per gli impieghi più sensibili, la sua indicazione è invece quella di mantenere il controllo in mani europee. Nell’intervento viene richiamato l’approccio graduato proposto dalla Commissione con il Cloud and AI Development Act, che collega i requisiti di autonomia alla natura degli utilizzi. La proposta lascia quindi spazio a diversi fornitori e a differenti livelli di controllo.

Costruire nuovi impianti richiede anche condizioni operative migliori. Secondo i confronti riportati da Draghi, un data center può essere realizzato in 24 mesi negli Stati Uniti e in 42 mesi in Germania, dove pesano tempi più lunghi per autorizzazioni e connessioni alla rete elettrica. Il costo dell’energia contribuisce inoltre a rendere la costruzione e l’alimentazione di una struttura, in alcune aree europee, fino a due volte più onerose rispetto alla Cina. Il continente presenta tuttavia differenze interne considerevoli: nelle stime citate, un centro per l’AI in Svezia avrebbe un costo superiore di circa il 10 per cento rispetto a uno cinese. La scelta dei territori diventa quindi parte integrante della strategia industriale.

Draghi accompagna l’espansione delle infrastrutture con indicazioni pratiche sulla loro progettazione. Alimentazione da energia pulita, recupero del calore dove possibile e localizzazione in aree con risorse adeguate possono rendere gli impianti più compatibili con le esigenze dei territori. A questi elementi aggiunge un’equa partecipazione ai costi della rete e forme di condivisione dei benefici con le comunità locali, attraverso contributi ai bilanci pubblici o vantaggi sulle bollette. La costruzione dei data center viene così inserita in una pianificazione che considera insieme disponibilità energetica, caratteristiche del territorio e convenienza economica.

Il principale ostacolo individuato nell’intervento rimane comunque la frammentazione della domanda. Negli Stati Uniti, i grandi operatori del cloud e i laboratori che sviluppano i modelli più avanzati possono sottoscrivere contratti capaci di sostenere investimenti molto elevati. In Europa, la domanda è distribuita fra milioni di imprese. Anche le aziende maggiori tendono ad acquistare capacità di calcolo su base annuale, perché la velocità con cui adotteranno l’AI resta difficile da prevedere. Draghi collega a questa situazione il fatto che operatori europei specializzati nei carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale, come Nscale, vendano gran parte della propria capacità a clienti americani.

Un centro di calcolo richiede ingenti risorse prima di poter generare ricavi. Per un finanziatore, la presenza di clienti impegnati ad acquistare servizi per diversi anni rende più prevedibili gli incassi futuri e offre una base su cui valutare il finanziamento. La proposta dei consorzi interviene precisamente su questo punto: riunire impegni aziendali di dimensioni intermedie fino a ottenere contratti abbastanza consistenti da sostenere nuove costruzioni. Le imprese contribuirebbero allo sviluppo dell’offerta attraverso gli acquisti dei servizi di cui avranno bisogno.

Un esempio, secondo Draghi, esiste già. ASML, Capgemini e Amadeus figurano fra le aziende europee che hanno assunto impegni pluriennali per acquistare le European Compute Units di Mistral. L’iniziativa punta a sostenere la realizzazione di un gigawatt di capacità entro il 2030. Il dato va letto come obiettivo infrastrutturale finanziato attraverso gli impegni commerciali, distinto dalla capacità già operativa. Draghi propone di estendere il meccanismo coinvolgendo altri operatori specializzati e consorzi più grandi, ciascuno disposto ad acquistare capacità standardizzata per più anni.

Il ruolo attribuito ai consorzi è quindi quello di organizzare la domanda. Per partecipare alla costruzione di un mercato europeo del calcolo, un’impresa potrebbe impegnarsi come cliente insieme ad altre aziende, lasciando agli operatori specializzati la realizzazione e la gestione delle infrastrutture. È una distinzione rilevante: permette di collegare l’espansione dell’offerta alle esigenze di chi utilizzerà concretamente i servizi. La standardizzazione della capacità acquistata, richiamata da Draghi, dovrebbe inoltre rendere più semplice raccogliere e combinare gli impegni dei partecipanti.

Il risultato auspicato è una sequenza di investimenti che si sostengono reciprocamente. Le imprese accelerano l’adozione dell’AI e assumono impegni di acquisto. Questi contratti permettono di finanziare nuova capacità europea. Una maggiore disponibilità di calcolo, a condizioni più accessibili, rende conveniente un ulteriore ampliamento degli utilizzi. I guadagni di produttività ottenuti dalle aziende possono poi contribuire a finanziare nuovi acquisti. Nella prospettiva delineata dall’autore, la crescita delle infrastrutture migliorerebbe anche le condizioni per sviluppare modelli europei.

La concorrenza occupa un posto preciso in questo disegno. Draghi propone una pluralità di consorzi e di fornitori, attraverso cui distribuire le opportunità economiche e favorire l’ingresso di più operatori. La domanda aggregata dovrebbe consentire a nuove infrastrutture di trovare clienti sufficienti, mentre la competizione fra chi offre capacità contribuirebbe a contenere la concentrazione dei benefici. Alla politica fiscale progressiva viene affidato un ulteriore ruolo nella distribuzione dei risultati della crescita. Il punto d’arrivo è un’espansione dell’AI compatibile con il modello economico e sociale europeo.

La forza della proposta sta nel collegare una grande ambizione tecnologica a uno strumento commerciale riconoscibile. Avere più autonomia richiede investimenti; rendere possibili quegli investimenti richiede ricavi attesi; dare consistenza a quei ricavi richiede clienti disposti a impegnarsi. I consorzi servirebbero a trasformare la somma di molte esigenze aziendali in una domanda capace di sostenere infrastrutture di dimensioni maggiori.

Per l’Europa, la possibilità indicata da Draghi è dunque quella di costruire capacità tecnologica attraverso l’uso della tecnologia stessa. Le imprese diventano protagoniste della strategia nel momento in cui organizzano insieme i propri acquisti e pianificano la trasformazione delle attività. Il patrimonio di dati, la disponibilità di calcolo e la produttività possono così entrare nello stesso progetto industriale. La sua riuscita dipenderà dalla capacità di tradurre l’interesse per l’intelligenza artificiale in impegni concreti: contratti sottoscritti, infrastrutture realizzate e applicazioni effettivamente utilizzate.