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Il fallimento di Apple nello sviluppo dell’AI generativa e l’accordo con Google

Contenuto sviluppato con intelligenza artificiale, ideato e revisionato da redattori umani.
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Apple ha miseramente fallito nell’intelligenza artificiale generativa e, per rimettersi in carreggiata, si aggrappa a Google, lo stesso gruppo che domina la telefonia mobile con Android. Detto così suona come una provocazione da bar, eppure negli ultimi mesi è diventato un riassunto piuttosto fedele di una traiettoria: Apple ha promesso una svolta, ha consegnato a scaglioni, ha rimandato la parte più attesa, e alla fine ha scelto di appoggiarsi ai modelli di Gemini per la nuova Siri.

Il punto di rottura, agli occhi del pubblico, è sempre stato Siri. Quando l’azienda ha presentato Apple Intelligence nel giugno 2024, ha messo in vetrina un’idea chiara: funzioni generative integrate nel sistema, con un forte controllo dell’esperienza e con l’opzione di delegare alcune richieste a ChatGPT, chiedendo il permesso prima di inviare contenuti all’esterno. Era un modo elegante di entrare nella partita senza rinunciare alla regia. Solo che, nel frattempo, la gara dell’intelligenza artificiale generativa ha premiato soprattutto due cose: velocità di rilascio ed evoluzione dell’assistente vocale AI. Su quel secondo fronte, Apple è rimasta a lungo con il freno tirato, e quando la promessa riguarda proprio la voce del telefono che tutti usano ogni giorno, ogni ritardo pesa doppio.

A un certo punto è arrivata anche l’ammissione più netta: alcune migliorie basate su intelligenza artificiale per Siri sarebbero slittate al 2026. Un rinvio del genere, in un mercato che macina aggiornamenti a ritmo serrato, brucia fiducia e produce un effetto collaterale inevitabile: l’azienda che per anni ha controllato l’intera pila tecnologica finisce per sembrare in rincorsa proprio sulla tecnologia che sta cambiando l’idea di sistema operativo. A quel punto, l’uscita più rapida diventa una partnership ampia con chi quei modelli li ha già portati a maturità.

Ed eccoci alla mossa che rende la frase iniziale meno iperbolica: l’annuncio di un accordo pluriennale tra Apple e Google per integrare i modelli Gemini in una Siri rinnovata, attesa nel corso del 2026. Qui c’è il nocciolo: dopo aver introdotto l’accesso a ChatGPT, Apple sceglie Google come fornitore principale del motore generativo per l’assistente, mentre ChatGPT resta come opzione per richieste complesse su attivazione dell’utente. Se l’obiettivo era trasmettere autosufficienza, l’effetto va in un’altra direzione: l’azienda più famosa per l’integrazione verticale si ritrova a fare spazio, al centro dell’esperienza, al modello di un concorrente storico.

“Aggrapparsi” a Google, in realtà, arriva dopo anni di legame già molto concreto. Google paga da tempo cifre enormi per restare il motore di ricerca predefinito su Safari. Quella relazione ha sempre avuto un sapore paradossale: Apple vende l’hardware premium che compete con gli ecosistemi basati su Android, mentre Google compra accesso privilegiato agli utenti Apple per proteggere la sua rendita sulla ricerca. Con Gemini dentro Siri, quel paradosso si amplifica: Google non ottiene soltanto traffico, ottiene abitudine. Entra nel modo in cui le persone chiedono, scrivono, riassumono, cercano, decidono.

Da qui nasce la sensazione di “fallimento”, anche per chi riconosce ad Apple un approccio diverso. Apple ha impostato la propria strategia su modelli che lavorano spesso in locale e su un’infrastruttura cloud controllata, con l’interfaccia come elemento dominante. Questo tipo di architettura richiede tempi, test, integrazione profonda. Nel frattempo, la percezione collettiva si costruisce su demo che diventano funzioni reali, su assistenti che sanno reggere conversazioni lunghe e su strumenti generativi che entrano nelle routine. Quando il settore si sposta così in fretta, l’approccio prudente viene letto come lentezza, e la lentezza come incapacità di competere. L’accordo con Gemini sembra la correzione di rotta più pragmatica: una scorciatoia per consegnare finalmente una Siri che somigli al 2026 e non al passato.

C’è poi un secondo livello, più strategico, che rende la storia interessante: chi possiede Android ha già un vantaggio enorme nella distribuzione delle tecnologie di intelligenza artificiale generativa, perché controlla la piattaforma di miliardi di dispositivi. Se a questo aggiunge anche una presenza stabile dentro l’ecosistema Apple, l’asimmetria cresce. In pratica, Google riesce a mettere un piede anche nel giardino recintato più famoso del settore.

Apple, dal canto suo, prova a tenere salda la narrativa: l’esperienza resta Apple, l’integrazione resta Apple, il marchio resta Apple. È una distinzione reale per chi guarda l’interfaccia, le impostazioni, i permessi, la fluidità tra app. Però la partita dell’intelligenza artificiale generativa, ormai, si gioca parecchio sul motore. Quando il motore è di un altro, il rischio competitivo cambia forma: dipendenza dai tempi di aggiornamento, dal ritmo di miglioramento, dalle condizioni economiche, dalla disponibilità di certe capacità. Apple ha sempre trasformato i fornitori in componenti sostituibili; qui il “componente” si avvicina alla mente del sistema.

Quindi sì, la frase all’inizio dell’articolo è brutale, e funziona proprio perché punta al nervo scoperto: Apple ha promesso di arrivare, ha accumulato rinvii sulla parte più iconica, e per rientrare nel flusso ha scelto l’alleanza con l’azienda che guida l’ecosistema concorrente. Il verdetto finale lo darà l’uso quotidiano: se la nuova Siri, con Gemini sotto il cofano, risulterà davvero naturale e utile, molti dimenticheranno in fretta il percorso. Intanto, l’episodio racconta una verità semplice: nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, anche i giganti che amano controllare tutto devono trattare con chi controlla i modelli.