Nel film presentato in concorso a Cannes, un umanoide con l’aspetto di un figlio scomparso porta l’AI dentro lo spazio intimo della famiglia e apre una riflessione su identità, affetti e ricordi digitali.
Hirokazu Kore-eda porta l’intelligenza artificiale al centro di una storia familiare con Sheep in the Box, produzione giapponese del 2026 presentata in concorso al Festival di Cannes. Il film, della durata di 126 minuti, segue una coppia che affronta la perdita del figlio e decide di accogliere nella propria casa un umanoide dotato delle sue sembianze e della sua voce. Dopo l’uscita giapponese del 29 maggio, l’arrivo nelle sale italiane è previsto dal 27 agosto.
La premessa appartiene alla fantascienza, mentre l’ambiente emotivo resta vicino alla vita quotidiana. L’AI entra in una casa, assume un volto riconoscibile e occupa uno spazio già carico di ricordi. Questa scelta sposta l’attenzione dalle capacità tecniche del sistema alle relazioni che possono svilupparsi intorno a esso. La domanda decisiva riguarda il significato attribuito a quella presenza da chi continua a vivere.
Il dispositivo narrativo consente a Kore-eda di avvicinare due dimensioni oggi sempre più connesse: la memoria personale e la sua traduzione in dati. Fotografie, filmati e registrazioni vocali conservano frammenti dell’identità di una persona. I sistemi generativi aggiungono la possibilità di rielaborare tali materiali e produrre nuove risposte, immagini o interazioni. Sheep in the Box porta questa evoluzione alle conseguenze estreme immaginando un corpo artificiale capace di restituire una presenza familiare.
Il passaggio da un archivio a un interlocutore cambia profondamente il rapporto con il ricordo. Una fotografia resta immobile e viene interpretata da chi la osserva. Un’entità dotata di voce e comportamento sollecita invece una risposta, costruisce una continuità apparente e partecipa alla routine domestica. Nel film, l’umanoide diventa così un elemento attivo della famiglia e rende visibile quanto la memoria dipenda anche dai gesti, dalle aspettative e dalle proiezioni delle persone.
La forma fisica dell’AI ha un ruolo essenziale. Molte applicazioni contemporanee vengono utilizzate attraverso uno schermo e si presentano come strumenti per scrivere, cercare informazioni o generare contenuti. Kore-eda immagina una tecnologia incarnata, presente nella stessa stanza degli esseri umani. La prossimità rende più intensa l’attribuzione di intenzioni e sentimenti, un processo già comune quando conversiamo con sistemi capaci di utilizzare un linguaggio naturale.
Il film permette quindi di riflettere sull’antropomorfismo, cioè sulla tendenza ad assegnare caratteristiche umane a oggetti e programmi. Un tono di voce credibile, un’espressione riconoscibile e una risposta coerente possono creare un’impressione di familiarità. Questa impressione nasce dall’incontro tra le capacità del sistema e il significato che l’utente conferisce all’interazione. Nel contesto di un lutto, ogni dettaglio può assumere un valore emotivo particolarmente forte.
Sheep in the Box affronta l’AI come parte di una relazione, evitando di ridurla a una presenza minacciosa o a una semplice dimostrazione di progresso. La tecnologia amplifica domande che appartengono da sempre al racconto umano: che cosa rende una persona unica, quanto dell’identità risiede nel corpo e quale ruolo hanno i ricordi condivisi. L’umanoide offre una forma concreta a questi interrogativi senza trasformare il film in una spiegazione ingegneristica.
La somiglianza esteriore e vocale introduce inoltre una distinzione importante tra riproduzione e continuità personale. Un sistema può ricostruire caratteristiche osservabili e generare comportamenti coerenti con i dati disponibili. Il legame familiare comprende anche esperienze irripetibili, cambiamenti nel tempo e una storia vissuta insieme. Il cinema può esplorare questa distanza attraverso sguardi, silenzi e reazioni, rendendo accessibili questioni che nel dibattito tecnologico rimangono spesso astratte.
La scelta di affidare i ruoli principali a Haruka Ayase e Daigo, noto anche come componente del duo Chidori, colloca il peso del racconto sulle reazioni della coppia. La presenza artificiale acquista significato attraverso il loro modo di accoglierla e di inserirla nella vita domestica. Il lutto diventa così un processo relazionale nel quale la tecnologia può modificare tempi, rituali e forme del ricordo.
Per il cinema contemporaneo, storie di questo tipo indicano una fase di maturazione del racconto sull’intelligenza artificiale. Il tema si presta ormai a generi e registri diversi dalla tradizionale contrapposizione tra esseri umani e macchine. L’AI può entrare in un dramma familiare, in una storia sulla memoria o in una riflessione sull’identità. La selezione in concorso a Cannes conferma la rilevanza culturale raggiunta da queste domande.
La prospettiva interessa anche chi lavora con contenuti, editoria e strumenti creativi. Le tecnologie generative vengono spesso descritte attraverso funzioni e risultati: un testo prodotto, un’immagine sintetizzata, una voce ricostruita. Sheep in the Box richiama l’attenzione sul contesto d’uso. Lo stesso risultato tecnico può assumere significati molto diversi in base alla relazione tra le persone, ai materiali impiegati e alle aspettative costruite intorno al sistema.
Questa dimensione diventerà sempre più rilevante nella progettazione di esperienze digitali. Un assistente dotato di una voce riconoscibile comunica in modo diverso da un’interfaccia testuale anonima. Un avatar realistico genera un coinvolgimento differente rispetto a un’icona astratta. Comprendere tali effetti aiuta creatori e sviluppatori a realizzare strumenti più chiari, coerenti con il loro scopo e rispettosi della sensibilità degli utenti.
Il film invita infine a osservare l’AI attraverso le conseguenze che produce nelle storie personali. La tecnologia rende possibile una presenza artificiale; il significato di quella presenza nasce nella famiglia che la accoglie. Kore-eda utilizza la fantascienza per portare questa possibilità in uno spazio intimo, dove memoria e identità vengono costruite giorno dopo giorno. Sheep in the Box mostra così come il cinema possa accompagnare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, traducendo un cambiamento tecnologico in una domanda profondamente umana.
Fonti
- Sheep in the Box, la recensione: lutto, memoria e intelligenza artificiale nel nuovo film di Kore-eda
- SHEEP IN THE BOX – Festival de Cannes
- SHEEP IN THE BOX – FUJI TELEVISION NETWORK, INC.

