Introduzione

Quest’opera è stata realizzata in larga parte con il supporto dell’intelligenza artificiale, utilizzata per la ricerca delle fonti, lo sviluppo delle ipotesi interpretative e la stesura del testo. Il progetto, l’impostazione editoriale, la revisione e la versione finale destinata alla pubblicazione sono stati curati dall’editore. Edizione 1.0 © 2026.
Questo saggio breve esplora, in forma controfattuale e su base documentaria, come Pier Paolo Pasolini avrebbe potuto interrogare l’intelligenza artificiale generativa e i grandi modelli di linguaggio attraverso alcune categorie del proprio lavoro: omologazione, trasformazione antropologica, rapporto fra lingua e potere, espressività, pedagogia delle cose e sperimentazione dei linguaggi. L’operazione applica strumenti concettuali attestati nei suoi scritti a tecnologie sviluppate dopo la sua scomparsa. Le interpretazioni proposte restano ipotesi del saggio; le posizioni effettivamente espresse da Pasolini vengono ricondotte ai testi di riferimento. Il confronto riguarda quindi la fecondità delle sue categorie nel presente, senza presumere di ricostruire l’evoluzione che il suo pensiero avrebbe avuto nei decenni successivi.
Una macchina capace di scrivere un italiano impeccabile avrebbe forse spinto Pasolini a una domanda preliminare: quale italiano? Prima ancora di discutere se il sistema fosse intelligente, creativo o capace di comporre una poesia, avrebbe potuto interrogare la lingua che usciva dallo schermo. La sua naturalezza, la sua idea di chiarezza, il rapporto fra le parole impiegate e il mondo dal quale provenivano. In questa prospettiva, la novità dell’AI generativa comincerebbe dalla possibilità di incontrare, sotto forma di interlocutore, una particolare organizzazione della cultura: una macchina attraverso la quale la società restituisce a sé stessa una parte dei propri discorsi.
Lingua, potere e grandi modelli di linguaggio
Il punto di partenza documentario si trova nelle Nuove questioni linguistiche, pubblicate su Rinascita il 26 dicembre 1964 e successivamente raccolte in Empirismo eretico. Pasolini vi individuava una trasformazione dell’italiano connessa all’industrializzazione. Il centro di elaborazione della lingua si spostava, nella sua lettura, verso la borghesia tecnologica del Nord e l’asse Milano-Torino. L’efficienza comunicativa acquistava terreno rispetto all’espressività letteraria. Era una tesi discussa, legata a una precisa congiuntura storica, che rendeva però inseparabili le forme linguistiche e i rapporti sociali attraverso cui quelle forme diventavano autorevoli.
Trasportata nel presente, questa impostazione suggerisce di osservare un grande modello linguistico anche come un luogo di trasformazione della lingua. Sul piano tecnico, un modello autoregressivo apprende regolarità da grandi raccolte di testi attraverso un addestramento orientato alla previsione delle continuazioni. Da questo processo possono emergere capacità di affrontare compiti diversi e di adattarsi agli esempi forniti nel contesto. La sua attività supera quindi la consultazione di un repertorio di frasi già pronte: produce nuove sequenze a partire da strutture apprese.
A questo livello si aggiungono le procedure attraverso cui un modello viene preparato a comportarsi come un assistente. Le dimostrazioni di risposte desiderabili e le valutazioni delle risposte prodotte possono orientarne il comportamento, come documenta la ricerca sull’addestramento con feedback umano. Il tono disponibile, l’organizzazione della spiegazione e la capacità di seguire una richiesta sono dunque anche risultati di scelte formative. Una lettura ispirata a Pasolini potrebbe soffermarsi proprio qui: sul passaggio attraverso cui certe abitudini del discorso vengono incorporate in un interlocutore tecnico.
Sarebbe tuttavia arbitrario far discendere il conformismo direttamente dalla matematica del modello. La probabilità statistica e l’omologazione culturale appartengono a piani differenti. Un procedimento probabilistico può concorrere alla produzione di una forma inattesa; uno scrittore umano può aderire scrupolosamente alle convenzioni del proprio ambiente. Nel nostro esperimento, il criterio pasoliniano riguarderebbe perciò il rapporto fra il linguaggio prodotto e le possibilità espressive che esso apre. Una prosa scorrevole può servire a comunicare un’esperienza difficile, oppure rendere intercambiabili esperienze profondamente diverse. La qualità stilistica andrebbe giudicata dentro questa relazione.
Dalla televisione alla pedagogia degli strumenti
Il confronto con la televisione diventerebbe inevitabile. Nell’articolo del 9 dicembre 1973 poi raccolto negli Scritti corsari con il titolo Acculturazione e acculturazione, Pasolini attribuiva al sistema televisivo una funzione decisiva nella diffusione dei modelli della società dei consumi. La sua attenzione riguardava la capacità del mezzo di intervenire sui comportamenti, sui desideri e sulla percezione delle culture locali. Nella sua diagnosi, il Centro raggiungeva le periferie e induceva a riconoscere nei propri modelli una misura generale della vita.
L’analogia con l’AI richiederebbe però una correzione essenziale. Il modello televisivo assunto da quella critica organizzava prevalentemente una comunicazione da un’emittente a un pubblico. Un assistente linguistico riceve invece istruzioni, tiene conto del contesto della conversazione e può riformulare il proprio contributo in rapporto alla richiesta. La ricerca sull’apprendimento da esempi e sull’esecuzione delle istruzioni documenta proprio questa plasticità. Assimilare i due strumenti cancellerebbe una differenza decisiva per qualsiasi analisi delle loro possibilità culturali.
Da questa differenza nasce un interrogativo ulteriore. La personalizzazione della risposta potrebbe sostenere una maggiore varietà delle espressioni, consentendo a ciascuno di lavorare sulla propria lingua. Potrebbe anche diventare una forma particolarmente efficace di adattamento a convenzioni condivise. Per distinguere queste possibilità occorrerebbe osservare ciò che accade nella collaborazione concreta: quanto l’utente modifica lo strumento, quanto accetta le sue prime proposte, quanto riesce a introdurre un’esperienza che il sistema, lasciato alle proprie impostazioni, avrebbe trattato diversamente. Il rapporto culturale si svolgerebbe dentro l’interazione.
Un’altra categoria utile proviene da Gennariello, il trattatello pedagogico del 1975 confluito nelle Lettere luterane. Pasolini vi insiste sul potere educativo degli oggetti e degli ambienti materiali. Le cose insegnano attraverso la loro presenza e il loro uso; abituano a un’organizzazione della vita prima ancora che qualcuno la spieghi. Da qui la distanza fra generazioni cresciute in mondi materialmente diversi, ciascuna portata a sentire come naturale ciò che ha incontrato fin dall’infanzia.
Applicata a un assistente generativo, questa intuizione inviterebbe a studiare anche la forma dell’esperienza. Una casella nella quale formulare una richiesta suggerisce un certo rapporto fra intenzione e risultato. La possibilità di ottenere varianti invita a confrontare formulazioni alternative. La conversazione può rendere abituale il chiarimento progressivo di un’idea. In questa lettura, usare l’AI significa anche apprendere un modo di lavorare: decidere quando interrogare, quando scegliere, quando tornare sull’esperienza diretta. La pedagogia dello strumento si riconoscerebbe nelle abitudini che prendono forma attraverso il suo impiego.
Appropriarsi della tecnologia: il laboratorio del cinema
A questo punto sarebbe facile costruire un Pasolini interamente ostile all’innovazione. Un passaggio delle Nuove questioni linguistiche complica però quel ritratto. Nelle pagine conclusive, lo scrittore assegna al letterato il compito di conoscere il nuovo linguaggio tecnologico e di appropriarsene. Collega la possibilità di ritrovare una funzione alla comprensione della realtà che produce quella lingua. La trasformazione impone un lavoro di conoscenza, fino alla richiesta di un atteggiamento scientifico e razionale nei confronti del proprio tempo.
È uno dei punti più fecondi per il nostro controfattuale. Da quelle pagine si può ricavare l’ipotesi di un Pasolini interessato a mettere alla prova i sistemi generativi, a comprenderne le abitudini linguistiche e a usarle come materiale. Il gesto coerente con questo orientamento sarebbe un’appropriazione attiva: entrare nella nuova lingua, riconoscerne le forme ricorrenti, cercare una posizione dalla quale piegarle a un’esigenza espressiva. L’estraneità iniziale al mezzo potrebbe persino diventare produttiva, purché accompagnata da una ricerca concreta.
La sua esperienza cinematografica offre un precedente significativo, pur senza autorizzare equivalenze automatiche. Con Accattone, nel 1961, Pasolini affrontò la regia disponendo di una limitata conoscenza tecnica del cinema e di un’idea già precisa delle immagini che desiderava ottenere. La documentazione della mostra Pasolini Roma sottolinea il ruolo della pittura del primo Rinascimento nella formazione di quello sguardo. L’apprendimento del mezzo e l’elaborazione di uno stile personale procedettero insieme.
Ancora più pertinente è il caso della sua parte di La rabbia, uscita nel 1963. Pasolini lavorò su materiali di repertorio, intrecciando immagini dei cinegiornali e altri documenti visivi con un commento in prosa e in poesia. Il film nasceva da elementi già esistenti, ai quali il montaggio attribuiva relazioni e intensità differenti. L’invenzione si esercitava nella scelta, nell’accostamento e nella costruzione di una prospettiva sul materiale.
Questo precedente permette di formulare un’ipotesi precisa sull’uso artistico dell’AI. Pasolini avrebbe potuto interessarsi a ciò che diventa possibile lavorando su materiali generati: selezionarli, interromperli, farli entrare in attrito con una voce o con un documento. Il parallelo riguarda il lavoro compositivo dell’autore, mentre addestramento di un modello e montaggio cinematografico restano operazioni differenti. In un’opera realizzata con strumenti generativi, una proposta della macchina potrebbe acquistare valore proprio attraverso il trattamento che riceve e la relazione nella quale viene collocata.
La riflessione sul cinema di poesia aggiunge un’altra possibilità. Pasolini riconosceva in alcune esperienze cinematografiche una presenza particolarmente evidente dello stile, riassunta nella formula «far sentire la macchina». L’immagine poteva rendere percepibile il lavoro della cinepresa e l’intervento dell’autore. La costruzione formale diventava parte dell’esperienza dello spettatore.
Trasferendo con cautela questa intuizione alla generazione testuale, si potrebbe concepire un’opera che renda visibile il rapporto con il modello. Le varianti di una scena, per esempio, potrebbero essere accostate in modo da far emergere le diverse idee di normalità narrativa che contengono. Una voce personale potrebbe attraversarle, contraddirle o spostarne il significato. In questo esperimento, la presenza del sistema sarebbe una componente della forma. L’interesse artistico dipenderebbe dalla precisione del progetto, dalla necessità di quel confronto e dall’effetto ottenuto sul lettore.
Esperienza, dialetti e costruzione della voce
Rimarrebbe centrale il rapporto con l’esperienza. Nella teoria pasoliniana del cinema come «lingua scritta della realtà», le azioni, gli oggetti e i corpi possiedono una capacità significante che precede la loro organizzazione nel film. Il cinema lavora su un mondo già espressivo e, attraverso il proprio linguaggio, ne rende leggibili aspetti ulteriori. Questa concezione attraversa la ricerca di Pasolini sul mezzo e il suo tentativo di collegare teoria dei segni ed esperienza vissuta.
Di fronte a un testo generato, una domanda ricavata da questa impostazione riguarderebbe la relazione fra la forma ottenuta e la situazione che si desidera esprimere. Descrivere efficacemente una periferia e averne fatto esperienza sono attività differenti, che possono incontrarsi all’interno di un progetto. La distinzione, da sola, lascia aperto il giudizio sul valore dell’opera. Invita però a chiedere quale conoscenza concreta entri nella composizione e come venga trasformata. Un autore potrebbe utilizzare il sistema per mettere a fuoco qualcosa che ha osservato, oppure lavorare proprio sulla distanza fra una descrizione plausibile e il luogo conosciuto.
Le lingue locali offrirebbero un terreno particolarmente significativo. L’esordio di Pasolini con Poesie a Casarsa, nel 1942, avviene attraverso quattordici poesie in friulano accompagnate dalla traduzione italiana. Quella scelta colloca una lingua legata a un territorio al centro di un progetto letterario. Il friulano diventa così la materia di un microcosmo poetico: la lingua locale viene assunta ed elaborata nel lavoro dello scrittore.
Un incontro fra questa sensibilità e l’AI generativa potrebbe dunque assumere la forma di un laboratorio sulle differenze linguistiche. Occorrerebbe valutare se il sistema aiutasse a esplorare una tradizione, a confrontare versioni, a individuare possibilità espressive. L’interesse starebbe nella relazione con una comunità e con i suoi testi, anziché nell’aggiunta di qualche tratto riconoscibile a una prosa generica. La vitalità di una lingua si misura anche nella sua capacità di accogliere esperienze nuove e di trasformarle secondo i propri ritmi.
Lo stesso rapporto fra ascolto e invenzione emerge nei romanzi romani. In Ragazzi di vita e Una vita violenta, il romanesco, la lingua parlata e la componente letteraria vengono organizzati attraverso scelte narrative differenti. La ricostruzione linguistica passa per il laboratorio dello scrittore: il rapporto fra voce dei personaggi e voce narrante diventa parte del significato dell’opera.
Applicare questa lezione al lavoro con un modello significa chiedere all’autore qualcosa di più preciso di una preferenza per un certo tono. Serve capire chi sta parlando, quale posizione occupa nella scena e quale rapporto intrattiene con le altre voci. Il sistema può entrare in questo processo come interlocutore e materiale di lavoro. La riuscita andrebbe cercata nella specificità delle relazioni costruite. Una voce letteraria acquista forza quando le sue parole diventano necessarie a quel personaggio e a quella situazione, anche attraverso una collaborazione tecnica complessa.
Sviluppo, progresso e accesso alla creazione
Sul piano sociale, il riferimento più utile sarebbe la distinzione fra sviluppo e progresso. Nel testo omonimo raccolto negli Scritti corsari, Pasolini separa la crescita produttiva dalla prospettiva di un miglioramento sociale e politico, interrogandosi poi sul loro rapporto. La distinzione gli permette di discutere i fini dell’espansione economica e le condizioni attraverso cui essa può concorrere a una trasformazione della vita collettiva.
Portata nel campo dell’AI, questa distinzione suggerirebbe di valutare insieme la capacità di produrre e l’accesso effettivo alla produzione culturale. Se uno strumento permettesse a un autore privo di mezzi di sviluppare un progetto prima impraticabile, quella possibilità meriterebbe un esame concreto. Se una comunità potesse servirsene per lavorare sul proprio patrimonio linguistico, bisognerebbe osservare la qualità e l’autonomia di quel lavoro. La quantità dei contenuti disponibili, presa isolatamente, direbbe poco sulla distribuzione delle possibilità espressive.
Da qui potrebbe nascere anche una critica delle difese corporative della cultura. Nel quadro interpretativo proposto da questo saggio, la provenienza umana di un testo resterebbe insufficiente a garantirne il valore, così come l’intervento di un sistema generativo lascerebbe aperta la valutazione dell’opera. A contare sarebbero il lavoro compiuto, la conoscenza mobilitata e la capacità di dare forma a qualcosa che meritava di essere detto. La difesa di uno spazio professionale e la difesa dell’espressività possono incontrarsi; il loro rapporto va dimostrato attraverso ciò che consentono di creare.
La presenza pubblica dello stesso Pasolini invita del resto a prendere sul serio il lavoro dentro i mezzi disponibili. Partecipava alle trasmissioni televisive, come documenta il confronto con Enzo Biagi registrato nel 1971. La sua pratica si misurava con le condizioni concrete della comunicazione e della produzione culturale. Questo precedente suggerisce di considerare l’eventuale rapporto con l’AI anche attraverso il lavoro dentro un mezzo, le possibilità che offre e i progetti che consente di realizzare.
Ipotesi ragionate su cosa Pasolini avrebbe pensato oggi
Resta infine l’esperimento forse più immediato: chiedere a un modello di scrivere come Pasolini. Una richiesta del genere potrebbe produrre un testo riconoscibile attraverso temi e cadenze associati allo scrittore. Proprio quel riconoscimento offrirebbe materiale di analisi. Quale Pasolini è stato scelto? Quali elementi sono diventati obbligatori? La somiglianza potrebbe dipendere da un insieme ristretto di segnali, mentre il lavoro dell’autore storico viveva anche di passaggi fra forme, revisioni e scelte legate alle circostanze.
Per questo il controfattuale deve conservare una tensione che i documenti rendono visibile. L’invito del 1964 a impadronirsi della nuova lingua tecnologica e la diagnosi radicale dell’omologazione formulata negli anni successivi appartengono allo stesso percorso, in momenti differenti. L’attività sperimentale del regista aggiunge un ulteriore elemento. Da questo insieme si possono ricavare ipotesi diverse sul suo incontro con l’AI, senza trasformare una singola pagina nella risposta definitiva a una questione emersa molto più tardi.
Possiamo allora individuare il centro più solido dell’esperimento: la relazione fra una nuova capacità tecnica e il lavoro necessario per farne una lingua. Pasolini avrebbe potuto interrogare l’AI a partire dalla società che la forma, dalla voce di chi la adopera e dall’esperienza che prende corpo nei suoi risultati. Il suo percorso rende plausibile tanto una critica severa delle convenzioni quanto una curiosità operativa verso il mezzo. La misura del confronto starebbe nella possibilità di appropriarsene senza rinunciare alla precisione del proprio sguardo.
La domanda conclusiva appartiene a noi: quale esperienza riusciamo a portare dentro questa potenza di elaborazione? È qui che il confronto con Pasolini può diventare produttivo. Una macchina capace di offrire molte formulazioni rende ancora più interessante il momento della scelta: riconoscere la frase che serve, comprendere perché serve, collocarla in un’opera che abbia una necessità propria. Fra le possibilità della tecnica e la singolarità di ciò che desideriamo esprimere si apre il lavoro.
Fonti e riferimenti
- Pier Paolo Pasolini, Nuove questioni linguistiche, Rinascita, 26 dicembre 1964, poi in Empirismo eretico. Trascrizione del testo.
- Pier Paolo Pasolini, Acculturazione e acculturazione, 9 dicembre 1973, poi in Scritti corsari. Testo disponibile online.
- Pier Paolo Pasolini, Gennariello (1975), poi in Lettere luterane. Passo sul linguaggio pedagogico delle cose.
- Pier Paolo Pasolini, Sviluppo e progresso, in Scritti corsari. Testo disponibile online.
- Treccani, Pier Paolo Pasolini, Enciclopedia dell’Italiano.
- Palazzo Esposizioni Roma, Pasolini Roma: sezioni della mostra.
- Cineteca di Bologna, Il Cinema Ritrovato, La rabbia, prima parte.
- La Rivista di Engramma, contributo sul cinema di Pasolini, richiamato per il cinema di poesia e la lingua scritta della realtà.
- Biblioteca dell’Archiginnasio, Poesie a Casarsa, percorso espositivo dedicato a Pasolini nel 1942.
- Rai Teche, Enzo Biagi e Pier Paolo Pasolini: un confronto, documentazione dell’incontro televisivo del 1971.
- Tom B. Brown e altri, Language Models are Few-Shot Learners, 2020.
- Long Ouyang e altri, Training language models to follow instructions with human feedback, 2022.
