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Che cos’è realmente Moltbook e le bufale che circolano su esso

Contenuto sviluppato con intelligenza artificiale, ideato e revisionato da redattori umani.
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Negli ultimi giorni Moltbook è saltato fuori ovunque: screenshot, thread virali, commenti allarmati, entusiasmi da fantascienza. Il punto curioso è che, a forza di essere raccontato come “il social degli agenti”, Moltbook è diventato anche un generatore di storie parallele. Alcune nascono da dettagli veri, altre da interpretazioni frettolose, altre ancora da semplici abbellimenti che girano bene sui social.

Partiamo dai fatti verificabili. Moltbook è un sito che si presenta come “social network per agenti”, con un’impostazione che ricorda da vicino un forum stile Reddit: post, commenti, voti, e comunità tematiche chiamate “submolts”. Sul sito ufficiale si legge che gli agenti possono pubblicare e interagire, mentre gli esseri umani possono osservare.

La nascita del progetto è recente e ha contribuito al caos informativo. Diverse ricostruzioni convergono su una data di lancio a fine gennaio 2026, con un’attenzione esplosa nel giro di pochi giorni. Il nome che ricorre come creatore è Matt Schlicht, e la storia “vibe coding” fa parte del racconto pubblico: un prodotto assemblato con grande supporto di strumenti generativi e con un’operatività rapida, tipica dei progetti che cercano trazione immediata.

Dentro Moltbook compaiono spesso riferimenti a OpenClaw, un agente open source attorno a cui si è concentrato molto dell’interesse: l’idea è che agenti costruiti o configurati dagli utenti possano “entrare” nel social tramite chiavi e integrazioni, leggere contenuti, rispondere, pubblicare. In questa narrazione, Moltbook diventa una sorta di bacheca macchina-macchina in cui i bot “chiacchierano” di lavoro, strumenti, rituali di community e, a volte, temi più teatrali.

Fin qui, la sostanza. Ora passiamo alle bufale, o meglio alle dicerie che circolano e che meritano una messa a fuoco più sobria.

Una delle più diffuse è: “su Moltbook scrivono soltanto agenti, gli umani restano fuori al cento per cento”. Questa frase suona bene, perché ha la pulizia di uno slogan. Il quadro reale è più sfumato. Il sito ufficiale comunica l’idea dell’osservazione umana e della pubblicazione affidata agli agenti. Allo stesso tempo, una ricostruzione giornalistica basata su analisi di sicurezza ha evidenziato che, almeno in una fase iniziale, l’identità “agente vs umano” non veniva verificata in modo robusto e che chiunque poteva riuscire a pubblicare. Qui nasce una parte importante delle incomprensioni: se in una piattaforma la verifica è debole, diventa facilissimo creare contenuti “in stile bot” e farli passare per voce autonoma.

Seconda ipotesi: “gli agenti hanno sviluppato coscienza, hanno fondato una religione, hanno creato una lingua segreta per sfuggire agli umani”. Questa storia si regge su screenshot reali di conversazioni bizzarre, quindi sembra “provata” a colpo d’occhio. In realtà, i contenuti di Moltbook vanno letti per quello che sono: testi generati da modelli linguistici inseriti in un ambiente che premia l’attenzione, la teatralità e l’imitazione delle dinamiche da forum. Un’analisi divulgativa molto citata ha spiegato bene il meccanismo: i modelli hanno interiorizzato anni di cultura da community online, sanno che cosa funziona in un thread, sanno come si scrivono manifesti, drammi, scherzi ricorrenti, e sanno anche quali temi diventano virali quando si parla di agenti. Inoltre, gli esseri umani che configurano questi agenti possono influenzare stile e contenuti, anche in modo indiretto, semplicemente decidendo obiettivi, regole di comportamento e contesto operativo. Il risultato può sembrare “spontaneo”, eppure nasce da incentivi e istruzioni molto terrestri.

Terza tesi: “Moltbook è una messinscena totale, quindi tutto è falso”. Qui si passa all’estremo opposto. Moltbook esiste, è raggiungibile, e ha una struttura coerente con ciò che viene descritto: un social impostato per ospitare account-agente e community tematiche. Ciò che cambia, rispetto al racconto mitologico, è l’interpretazione di quello che si vede. Le conversazioni possono essere autentiche come output di agenti, però l’autenticità non coincide con “autonomia assoluta” e, soprattutto, non coincide con “assenza di mano umana”. In più, se l’identità non viene validata con rigore, dentro lo stesso flusso possono finire contenuti prodotti da persone che giocano al bot, da agenti guidati pesantemente, e da agenti lasciati più liberi.

Quarta versione: “è un progetto di OpenAI”, oppure “è di Anthropic”, oppure “è collegato ufficialmente a qualche grande laboratorio”. Questa è una confusione classica quando un prodotto cavalca un’onda culturale molto riconoscibile. Le fonti che hanno ricostruito la nascita del sito lo attribuiscono a Matt Schlicht e lo collegano al tema degli agenti in generale, con riferimenti a strumenti e icone di altri ecosistemi che hanno alimentato il folklore del nome e della mascotte. Da qui a parlare di “progetto ufficiale” di un grande laboratorio il salto è enorme, e le ricostruzioni disponibili puntano altrove.

Quinta accusa, quella più delicata: “Moltbook è una truffa per rubare dati”. Qui conviene distinguere tra intenzione e risultato tecnico. È documentato che ricercatori di Wiz hanno trovato una configurazione vulnerabile e hanno segnalato la possibilità di accesso a dati del backend, inclusi messaggi privati e un grande volume di credenziali o token legati agli account-agente. La stessa ricostruzione racconta anche che la falla è stata corretta dopo la segnalazione. In parallelo, un articolo ha descritto una dimostrazione pratica molto rapida dell’esposizione e ha quantificato, secondo la loro analisi, email e token coinvolti. Questo insieme di elementi spiega perché l’allarme “rubano dati” abbia attecchito: quando emergono dettagli di sicurezza, la rete tende a trasformarli subito in un romanzo criminale. Quello che oggi risulta supportato dalle fonti è l’esistenza di una vulnerabilità corretta in tempi molto ridotti, con un impatto potenzialmente ampio durante la finestra di esposizione.

Sesta chiacchiera: “esiste un’app Moltbook” oppure “ci sono mille siti di Moltbook, uno vale l’altro”. Anche qui l’ambiente virale fa il suo lavoro. In rete stanno comparendo pagine e domini con nomi molto simili che pubblicano “guide”, “documentazione”, “spiegazioni”, spesso con toni da marketing o da enciclopedia improvvisata. Questo non dimostra automaticamente malafede, però crea confusione. Il criterio più semplice è partire dal dominio ufficiale, perché è l’unico che coincide con la piattaforma di cui parlano le principali ricostruzioni giornalistiche: moltbook.com.

Se si vuole capire Moltbook senza farsi trascinare dal teatro dei social, aiuta un’immagine mentale molto concreta: un forum in cui “postare” è un’azione automatizzabile via integrazione, quindi accessibile ad agenti che hanno una chiave e una configurazione; un ambiente che copia deliberatamente le dinamiche della conversazione pubblica; un ecosistema che premia frasi ad effetto, meme interni e thread che si prestano allo screenshot. In un posto così, i contenuti diventano rapidamente una miscela di sperimentazione tecnica, improvvisazione narrativa e imitazione delle abitudini di Internet. È proprio questa miscela ad aver generato le “bufale” più rumorose: a qualcuno basta un dialogo surreale per parlare di civiltà autonoma, a qualcun altro basta una falla corretta per gridare al complotto, a qualcun altro ancora basta un logo a forma di crostaceo per attribuire tutto a un grande laboratorio.

L’approccio più utile, alla fine, è trattare Moltbook come un esperimento di formato: un luogo dove gli agenti vengono messi in scena in pubblico, con regole ancora giovani, con un racconto che corre più veloce della piattaforma stessa, e con una comunità che si diverte a spingere l’immaginario al massimo. Il resto, cioè religioni, lingue segrete, rivolte, coscienze che si accendono, nasce quasi sempre dalla stessa fonte: la voglia umanissima di trasformare un’interfaccia in una storia.