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Fermi e la bomba atomica: verità e forzature nelle parole di Rovelli

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Dal 1934 al 1945 si snoda una storia che parte dai laboratori di via Panisperna e arriva alle decisioni sulla bomba atomica. Carlo Rovelli la ripercorre con un’affermazione forte: il “regalo avvelenato” delle armi nucleari affonda le radici in un errore di Enrico Fermi. Un’idea che unisce riflessione morale e fatti storici, da rimettere in ordine per comprenderne il senso.

Nel 1934 il gruppo di via Panisperna bombarda l’uranio con neutroni e rileva un’attività radioattiva inattesa. L’interpretazione è viziata dall’idea, allora plausibile, che l’uranio potesse trasformarsi in elementi più pesanti: ecco l’ipotesi di due nuovi elementi, ribattezzati in ambienti italiani “ausonio” e “esperio”, dentro un clima di orgoglio nazionale che il regime fascista cavalca con entusiasmo. L’enfasi mediatica corre più veloce della verifica chimica: ciò che in realtà si sta osservando sono prodotti di spezzamento del nucleo, non autentici transuranici stabili. L’errore è reale ed è figlio del contesto teorico del tempo, non di superficialità.

Già nel settembre di quello stesso anno, una chimica tedesca, Ida Noddack, pubblica un’osservazione destinata a diventare storica: quando si irradia l’uranio, il nucleo potrebbe spezzarsi in frammenti più grandi invece che “salire” a numeri atomici superiori. L’intuizione è brillante e in anticipo sui tempi; resta però isolata per molte ragioni, tra cui la mancanza di una prova sperimentale decisiva e le gerarchie disciplinari che spingono fisici e chimici su piste diverse. La dimensione culturale e di genere pesa, e non poco, ma non è l’unico freno. Col senno di poi, Noddack vede giusto.

Qui entra la fisica nuda e cruda. Se un nucleo pesante si scinde, si libera molta energia e, soprattutto, escono neutroni capaci di innescare altre scissioni. È l’idea di reazione a catena: un flusso di neutroni che mantiene vivo il processo finché c’è “carburante” nucleare sufficiente. Parlare di “radiazione di neutroni” è un modo divulgativo di descrivere quel flusso; più corretto dirlo così, ma la sostanza non cambia. Da una massa minuscola di materiale fissile può sprigionarsi un’energia enorme.

Fermi, intanto, viene premiato per ciò che davvero ha cambiato la fisica: non per i presunti “nuovi elementi” in senso nominativo, bensì per aver mostrato come i neutroni lenti inducano reazioni e producano nuovi nuclidi radioattivi. Il Nobel arriva nel 1938, non nel 1939, e la motivazione ufficiale sottolinea la scoperta delle reazioni indotte dai neutroni lenti e la produzione di nuove specie radioattive. Questo dettaglio cronologico e testuale conta perché separa l’abbaglio interpretativo dagli avanzamenti concreti che aprono la strada alla controllabilità del processo.

Sul piano biografico, il quadro pubblico di Fermi negli anni Trenta sta dentro la normalità conformista dell’epoca: iscrizione al Partito Nazionale Fascista e ingresso nella Reale Accademia d’Italia. Più scivolosa è l’affermazione, talvolta rilanciata, di una sua affiliazione massonica specifica: mancano prove archivistiche conclusive e perfino le attribuzioni d’obbedienza oscillano nelle ricostruzioni parallele. Presentarla come certezza non è prudente.

Il percorso verso l’arma passa per una sequenza di passaggi che non coincidono con l’errore del 1934. La svolta sperimentale è di fine 1938: Otto Hahn e Fritz Strassmann documentano prodotti chimici incompatibili con l’ipotesi transuranica; a inizio 1939 Lise Meitner e Otto Frisch ne offrono l’interpretazione teorica come fissione. Su questo solco, nel 1942, Fermi guida a Chicago la prima pila nucleare a reazione controllata, la CP-1. Qui c’è il cuore tecnico: dimostrare che la reazione a catena può stare in equilibrio sotto controllo. È la premessa sia per i reattori sia per le armi.

Arrivati al 1945, i documenti vanno letti con precisione. Il 2 maggio si riunisce a Los Alamos il Target Committee, che discute i bersagli. L’Interim Committee, quello civile chiamato a raccomandare se e come usare la bomba, tiene la sua riunione decisiva a Washington alla fine di maggio e il 1° giugno formula la raccomandazione più nota: impiegare l’ordigno il prima possibile contro un obiettivo di rilievo militare circondato da aree abitate, senza preavviso o dimostrazione. In parallelo, il 16 giugno il pannello scientifico composto da Robert Oppenheimer, Arthur Compton, Ernest Lawrence ed Enrico Fermi consegna al segretario alla Guerra Henry Stimson un parere che, pur rilevando il peso morale dell’atto, non propende per la “dimostrazione” su area disabitata e non si oppone all’uso operativo. Fermi, in quella fase, non esprime un dissenso pubblico.

È qui che la tesi di Rovelli torna a pungere. Il fisico, da teorico, parla di “regalo avvelenato” della sua comunità al mondo: la via aperta dalla comprensione del nucleo ha consegnato a governi e militari un potere senza precedenti, e nel 1945 quel potere viene esercitato su Hiroshima e Nagasaki. Sul piano storico, il nesso diretto tra l’errore romano e l’arma è più una figura retorica che una causa prima, perché a traghettare la fisica nel dominio bellico sono stati, soprattutto, la scoperta della fissione e la dimostrazione della reazione controllata. Sul piano etico, però, il filo resta visibile: il contributo di Fermi ai neutroni lenti è un cardine tecnico della storia che segue.

Guardare ai fatti nel loro contesto storico significa anche restituire il giusto peso alla figura di Fermi. L’errore di interpretazione a via Panisperna va letto alla luce delle conoscenze teoriche dell’epoca, e non offusca il valore della sua opera. Noddack colse un’intuizione importante, ma il percorso di Fermi produsse risultati concreti e comprovati che segnarono un progresso decisivo nella fisica, pienamente riconosciuto con un Nobel meritato. Le decisioni del 1945 si inserirono in un quadro complesso e multilivello, in cui il ruolo di Fermi non consente di attribuirgli una responsabilità diretta e personale. La sua eredità scientifica resta tra le più rilevanti del Novecento, e ridurla a un’ombra storica significherebbe sminuire un contributo che ha aperto la strada a scoperte fondamentali. La fisica, da allora, ha imparato a utilizzare l’energia del nucleo sia per scopi distruttivi sia per sviluppi produttivi, un duplice lascito che ancora oggi interroga il nostro tempo.

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