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L’UE può diventare una potenza militare autonoma credibile?

Contenuto sviluppato con intelligenza artificiale, ideato e revisionato da redattori umani.
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Nel scenario ipotetico di un crollo della NATO e del ritiro dell’ombrello strategico degli Stati Uniti, i Paesi dell’Unione Europea (esclusi Regno Unito e Turchia) si troverebbero a dover garantire da soli la propria sicurezza. Di seguito analizziamo in dettaglio la forza militare complessiva che l’UE potrebbe esprimere integrando le forze armate dei 27 Stati membri in una struttura comune, valutandone le dotazioni attuali (eserciti, aviazioni, marine, capacità nucleari e cyber), la potenziale capacità industriale e di spesa in caso di coordinamento, la fattibilità di una catena di comando unificata e l’impatto di un simile blocco nei confronti delle grandi potenze (USA, Russia, Cina, India). L’obiettivo è capire se l’Unione Europea, in assenza della NATO, potrebbe configurarsi come una potenza militare autonoma e credibile, capace di deterrenza e proiezione globale e di contribuire all’equilibrio della sicurezza internazionale.

Contesto: fine dell’ombrello USA e necessità di autonomia europea

Per oltre 70 anni l’Europa ha fatto affidamento sulla protezione militare statunitense attraverso la NATO. Un collasso della NATO o un ritiro degli USA esporrebbe l’UE a minacce senza il tradizionale garante. Già negli ultimi anni, segnali di disimpegno americano (come le posizioni dell’amministrazione Trump nel ridurre il sostegno agli alleati europei) hanno allarmato l’Europa. I Paesi europei si trovano di fronte a uno scenario di sicurezza deteriorato, in particolare per l’aggressività della Russia (guerra in Ucraina) e le crescenti sfide globali, rendendo urgente rafforzare la cosiddetta autonomia strategica dell’Europa.

Va premesso che sulla carta l’Europa unita dispone di risorse imponenti. Sommando i bilanci e gli eserciti dei membri UE, si ottiene una potenza potenzialmente paragonabile a quella delle altre superpotenze. Nel 2023, i Paesi europei membri della NATO (in gran parte UE) hanno speso in difesa quattro volte di più della Russia, con un PIL collettivo dieci volte superiore a quello russo e un’industria bellica avanzata (cinque Paesi UE figurano tra i primi 10 esportatori mondiali di armi). Ciò indica che esistono le basi materiali per un’Europa autonoma dal punto di vista militare. Tuttavia, decenni di pace relativa e di dipendenza dagli USA hanno portato a forze armate europee frammentate, ridotte negli organici e nelle scorte, e prive di molte capacità abilitanti (supporti strategici, intelligence, logistica) che erano fornite dagli americani. Vediamo dunque nel dettaglio capacità e limiti attuali, e cosa cambierebbe con una forte integrazione.

Dotazioni militari attuali dei Paesi UE (eserciti, aeronautiche, marine, nucleare, cyber)

In assenza degli USA, l’Unione Europea dovrebbe fare affidamento esclusivo sulle forze armate sommate dei suoi Stati membri. Attualmente, queste forze sono consistenti in termini numerici, ma disperse fra 27 eserciti nazionali. Secondo dati SIPRI, l’Europa (incluso il Regno Unito) conta circa 1,47 milioni di militari in servizio attivo – escluso il Regno Unito, i 27 Paesi UE ne schierano circa 1,3-1,4 milioni. Questa massa supera numericamente gli effettivi di Russia (circa 1 milione attivi) e persino degli Stati Uniti, ma l’efficacia reale è minata dalla mancanza di integrazione e di comandi unificati. Le dotazioni attuali possono essere riassunte così:

Forze di terra (Eserciti): complessivamente, i Paesi UE dispongono di centinaia di migliaia di soldati dell’esercito e migliaia di mezzi corazzati. Le sette maggiori forze terrestri (Italia, Francia, Spagna, Polonia, Germania, Grecia, Romania) sommano oltre 1,2 milioni di effettivi. Tuttavia, la capacità di schierare rapidamente truppe sul campo risulta limitata: ad esempio, nessun singolo esercito UE possiede 150.000 uomini immediatamente dispiegabili, cifra ritenuta necessaria per una forza di stabilizzazione in Ucraina. Sul fronte dei mezzi corazzati, la combinazione di carri armati in Europa è elevata in numero (potenzialmente qualche migliaio, includendo mezzi da guerra moderni come i Leopard 2 tedeschi, i Leclerc francesi, gli Ariete italiani, ecc.), ma insufficiente per deterrenza regionale. Studi recenti indicano che per fermare un’eventuale offensiva russa servirebbero almeno 1.500 carri armati, 2.000 veicoli da combattimento e 700 sistemi di artiglieria – una potenza di fuoco superiore a quella oggi disponibile in combinato tra Francia, Germania, Italia e persino il Regno Unito. In altri termini, le forze terrestri europee attuali, sebbene numerose, non eguagliano la massa d’urto che gli USA fornirebbero in uno scenario di guerra ad alta intensità. Mancano inoltre alcune capacità critiche presenti negli arsenali americani: difese aeree stratificate, trasporti truppe strategici, un comando e controllo pienamente interoperabile, ampia ricognizione e droni armati su larga scala.

Forze aeree (Aeronautiche): gli Stati UE nel loro insieme possiedono centinaia di aerei da combattimento avanzati (Eurofighter Typhoon, Rafale, F-16, F-35 e altri), nonché aerei da trasporto, cisterna e da pattugliamento. In totale, si stima che nell’UE vi siano oltre 2.000 aeromobili militari, di cui varie centinaia da caccia/attacco. Ad esempio, la Francia conta circa 210 caccia (Rafale e Mirage), la Germania ~200 (Typhoon e Tornado), l’Italia ~120 (F-35 e Typhoon), la Spagna ~140, la Grecia ~190, la Svezia ~100, la Polonia ~100 (in ampliamento) e così via. Questa flotta combinata è paragonabile per dimensioni a quella statunitense o russa, ma è suddivisa in tante aeronautiche senza un comando unico. Inoltre, capacità di supporto essenziali come i velivoli radar AWACS, gli aerei cisterna per rifornimento in volo e i grandi cargo strategici sono presenti in quantità limitata e spesso fornite dalla NATO (leggasi USA). Una forza aerea europea unificata dovrebbe dunque integrare le diverse componenti nazionali per poter operare su larga scala. In prospettiva, l’UE sta investendo nello European Sky Shield (iniziativa congiunta per la difesa aerea e missilistica) e nello sviluppo di droni e aerei di sesta generazione, ma oggi sconta ritardi. La guerra in Ucraina ha evidenziato, ad esempio, la penuria di droni e munizioni guidate made in Europe: si è dovuto ricorrere in parte a forniture extra-UE. Un programma europeo ha però annunciato di voler produrre 6.000 droni a lungo raggio per riequilibrare la situazione.

Forze navali (Marine): la geografia marittima europea (dall’Atlantico al Mediterraneo, Baltico e Mar Nero) richiede capacità navali significative. Le marine militari degli Stati membri contano insieme decine di grandi unità di superficie e sottomarini. Complessivamente l’UE dispone attualmente di:

Portaerei: 1 portaerei CATOBAR a propulsione nucleare (la Charles de Gaulle francese) e alcune portaerei leggere o portaelicotteri d’assalto anfibio (2 in Italia – Cavour e Garibaldi/Trieste –, 1 in Spagna – Juan Carlos I –, oltre a navi LHD/LHA in Francia e Paesi Bassi). In uno scenario integrato, la capacità portaerei UE sarebbe limitata ma esistente, con possibilità di imbarcare caccia F-35B e Rafale M. Si noti che l’esclusione del Regno Unito toglie dal conteggio le 2 nuove portaerei britanniche; la Francia prevede comunque di costruire una nuova portaerei nucleare entro il 2038 (PANG) per rimpiazzare l’attuale.

Navi di linea (cacciatorpediniere/frigate): circa 100 unità maggiori combinate. La Francia schiera moderni cacciatorpediniere Horizon e FREMM, l’Italia e la Spagna hanno fregate FREMM/F110, la Germania fregate classe Sachsen e Brandenburg, i Paesi Bassi, la Danimarca e il Belgio contribuiscono con unità di scorta avanzate. Insieme, queste flotte sarebbero imponenti, in grado di proteggere rotte marittime e proiettare potenza nei mari vicini. Tuttavia, attualmente non operano in modo integrato se non tramite coordinamento NATO o missioni UE ad hoc (come l’operazione Atalanta antipirateria).

Sommergibili: la Francia possiede 10 sottomarini nucleari (4 lanciamissili balistici strategici e 6 d’attacco), garanzia di capacità subacquee di alto livello. Altri Stati dispongono di sottomarini convenzionali diesel-elettrici avanzati: ad esempio 6 per la Germania (Tipo 212), 8 per l’Italia, 4 per la Spagna (in aumento con i nuovi S-80), 5 per la Svezia (classi Gotland e A26 in sviluppo), 11 per la Grecia, ecc. Nel complesso, l’UE può schierare oltre 40-50 sottomarini. La componente subacquea francese a propulsione nucleare garantisce inoltre una presenza continua in mare e la capacità di attacco strategico (sia convenzionale che nucleare) dal mare. Una marina UE integrata sarebbe una delle più potenti al mondo in termini numerici, seconda forse solo a quella statunitense e comparabile a quella cinese, sebbene manchi oggi dell’unitarietà di comando e di una dottrina comune di impiego globale.

Capacità nucleari: nel campo della deterrenza nucleare l’UE post-NATO si fonderebbe unicamente sull’arsenale francese, unica potenza nucleare rimasta nell’Unione (il Regno Unito, con ~225 testate, è stato escluso dallo scenario). La France “force de frappe” consta attualmente di circa 290 testate nucleari, suddivise in due componenti:

La componente oceanica strategica, con 4 sottomarini nucleari lanciamissili balistici (SSBN) classe Triomphant, ciascuno armato con 16 missili balistici M51 dotati di testate nucleari multipli MIRV. Grazie alla pattugliamento continuo (almeno uno sempre in mare), assicura una capacità di secondo colpo credibile e non vulnerabile, garantendo che la Francia – e potenzialmente l’Europa – possa rispondere a qualsiasi attacco nucleare annientando l’aggressore.

La componente aerea, con forze aeree strategiche (FAS): circa 40 cacciabombardieri Rafale equipaggiati con missili nucleari Air-Sol Moyenne Portée Amélioré (ASMP-A). Questi velivoli, operando da basi in madrepatria o d’oltremare, potrebbero colpire con precisione obiettivi strategici a distanza (oltre 500 km) con testate nucleari di potenza medio-bassa.

La dottrina francese non aderisce al “no first use” – prevede cioè la possibilità di impiegare l’arma nucleare anche immediatamente, se minacciati negli interessi vitali. Ciò aggiunge credibilità alla deterrenza: un eventuale aggressore sa che la risposta nucleare francese (ed europea) sarebbe automatica e devastante in caso di minaccia esistenziale. Detto questo, il numero di testate europeo (290) impallidisce di fronte a quello di USA e Russia (che ne hanno ~5.000 ciascuno, di cui ~1.500 schierate), ed è oggi appena comparabile a quello cinese (circa 350, in rapida crescita) e superiore a quello indiano (~160). In uno scenario senza ombrello USA, la domanda è se la force de frappe francese potrebbe “coprire” l’intera Europa. Sul piano tecnico, i missili M51 hanno gittata intercontinentale e possono colpire potenzialmente qualsiasi minaccia globale, mentre gli aerei potrebbero essere dispiegati anche a protezione di alleati europei. Sul piano politico, Macron ha aperto qualche spiraglio alla condivisione della deterrenza nucleare francese con l’Europa, avviando un dibattito strategico nel 2020. Tuttavia, rimangono ostacoli pratici e politici notevoli: l’arsenale francese nacque come complemento di quello USA dentro la NATO, non per sostituirlo, e la sua portata è limitata rispetto alla triade americana. Inoltre, altri Paesi UE dovrebbero accettare di affidare la propria sopravvivenza ultima alla decisione di Parigi, oppure contribuire essi stessi allo sforzo nucleare. Non si esclude che, in assenza totale degli USA, potenze come Germania o Italia possano prendere in considerazione progetti nucleari comuni (ad esempio finanziando un ampliamento dell’arsenale francese o sviluppando proprie capacità a lungo termine), ma ciò sarebbe estremamente divisivo. Nel breve termine, quindi, l’ombrello nucleare europeo autonomo coinciderebbe con quello francese, eventualmente esteso in via dichiarativa agli altri membri UE.

Capacità cibernetiche (Cyber): il ciberspazio è oggi riconosciuto come il quinto dominio operativo essenziale tanto quanto terra, mare, aria e spazio. L’Unione Europea ha sviluppato negli ultimi anni strategie e politiche comuni di ciberdifesa, sebbene anche in questo campo gran parte delle capacità offensive e difensive risieda nei singoli Stati membri. Attori come Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia, Svezia e Polonia dispongono di unità militari specializzate nella guerra informatica, con compiti di difesa delle reti nazionali e, in alcuni casi, di condotta di operazioni offensive (hacking strategico, intelligence cibernetica). La cooperazione a livello UE è in crescita: è stata adottata una Politica di ciberdifesa UE (2022-2023) che invita gli Stati a rafforzare la resilienza collettiva e prevede un “cibercensimento” per monitorare i progressi. Inoltre, esistono organismi come l’Agenzia UE per la cybersicurezza (ENISA) e programmi congiunti. Nel quadro del programma “Europa Digitale 2021-2027” l’UE ha stanziato circa 1,6 miliardi di euro per potenziare le capacità di cibersicurezza e creare un “meccanismo di emergenza cyber”. Queste iniziative mirano a condividere informazioni sulle minacce, preparare risposte comuni e certificare la sicurezza di prodotti e reti nell’UE. In uno scenario di difesa autonoma, le risorse cyber europee integrate potrebbero fornire un buon livello di difesa cibernetica collettiva (protezione di infrastrutture critiche, comunicazioni militari sicure, reazione ad attacchi informatici statali). Tuttavia, va riconosciuto che attori rivali come Russia e Cina hanno sviluppato capacità offensive aggressive, e la frammentazione attuale rende l’UE un bersaglio vulnerabile a campagne di hacking e disinformazione (come si è visto con attacchi ai satelliti e alle reti energetiche in contesti di crisi). Solo coordinando investimenti e condividendo intelligence digitale l’Europa potrà garantire deterrenza anche nel cyber dominio. I passi in questa direzione sono iniziati, ma la ciberdifesa europea è ancora un cantiere: “gli attori malevoli hanno intensificato esponenzialmente gli attacchi” e serve rafforzare ulteriormente le capacità comuni di prevenzione, rilevamento, difesa e deterrenza in risposta alle minacce informatiche.

Capacità di spesa e produzione militare-industriale con un coordinamento UE

Uno dei maggiori punti di forza potenziali di un’UE coesa sul piano militare risiede nella sua potenza economica e industriale. L’Unione è un gigante economico (PIL aggregato intorno ai 16 mila miliardi di euro) e già oggi la spesa militare combinata dei suoi membri è seconda solo a quella statunitense a livello globale. I dati più recenti indicano un forte aumento: nel 2023 i Paesi UE hanno speso insieme circa 279 miliardi di euro in difesa, e per il 2024 si prevede un salto a 326 miliardi (circa l’1,9% del PIL, record dal dopoguerra). Ben 22 Stati UE su 27 stanno aumentando i bilanci militari dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Questo trend proseguirà, avvicinando l’Europa all’obiettivo del 2% del PIL in difesa (o superandolo).

In caso di collasso della NATO e accresciuta minaccia, è plausibile che gli europei incrementino ulteriormente la spesa fino al 3% o più del PIL. Uno studio calcola che per colmare le lacune difensive e sostituire il ruolo USA, l’Europa dovrebbe investire circa 250 miliardi aggiuntivi ogni anno – portando la spesa totale attorno al 3,5% del PIL. Nonostante la cifra sia enorme, va notato che: dal punto di vista macroeconomico, l’Europa può sostenerla: dedicare, ad esempio, il 3-4% del PIL alla difesa sarebbe oneroso ma fattibile, soprattutto se finanziato in parte con debito comune europeo. Un simile stimolo potrebbe persino avere effetti positivi sull’industria e l’innovazione tecnologica in Europa. Gli europei hanno già mostrato disponibilità a rompere alcuni tabù finanziari: la Commissione UE nel 2024 ha lanciato il piano “ReArm Europe”, proponendo di esentare fino a 650 miliardi di spesa militare dai vincoli di bilancio (Patto di Stabilità) e di creare un fondo europeo da 150 miliardi per co-finanziare progetti di difesa comuni. Ciò segnala che, percepita la minaccia, la volontà politica di investire di più c’è, a patto di trovare meccanismi di solidarietà finanziaria. L’Europa possiede inoltre un’enorme base industriale per la difesa. Circa un terzo delle esportazioni mondiali di armi proviene da Paesi europei, a testimonianza di una forte capacità produttiva. Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e altri vantano aziende leader nei vari settori (dai caccia ai sottomarini, dai missili ai carri armati). Ad esempio, la Francia è recentemente diventata il secondo esportatore mondiale di armi superando la Russia grazie a un aumento del 44% nelle sue vendite negli ultimi 5 anni. Questo potenziale industriale, se coordinato, permetterebbe all’UE di equipaggiare le proprie forze senza dipendere dall’esterno. Già oggi però c’è un paradosso: oltre metà delle importazioni di armi europee proviene dagli USA, indice che molti Paesi preferiscono comprare “off-the-shelf” dagli americani (es. caccia F-35, elicotteri, sistemi d’arma) invece di sviluppare soluzioni europee. In un contesto di piena autonomia, ciò dovrebbe cambiare: maggiore standardizzazione e produzione congiunta in Europa. Questo avrebbe vantaggi anche economici: acquisti su scala continentale ridurrebbero i costi unitari e le duplicazioni, aumentando l’efficienza dell’industria bellica europea. Studi stimano che grandi ordini unici – ad esempio 1.400 carri armati nuovi, 2.000 veicoli da combattimento, 700 pezzi d’artiglieria – se realizzati secondo uno standard europeo unificato, ridurrebbero significativamente il costo per unità rispetto a tanti piccoli ordini separati. Analogamente, concentrare la domanda di droni, munizioni e sistemi avanzati su pochi programmi comuni farebbe risparmiare tempo e denaro, creando anche una sana competizione tra fornitori europei.

In caso di emergenza strategica, la storia insegna che l’industria europea può riconvertirsi e accelerare la produzione militare. Ad esempio, negli anni ’70 la Germania Ovest riuscì sotto il Cancelliere Schmidt a modernizzare rapidamente la Bundeswehr di fronte alla minaccia sovietica, aumentando organici ed equipaggiamenti in meno di un decennio. Più di recente, la Polonia nel 2022-24 ha lanciato il più ambizioso riarmo in Europa, raddoppiando il budget difesa al 4% del PIL e ordinando in pochi mesi centinaia di carri armati, obici e aerei (anche extraeuropei) per colmare i gap. Ciò dimostra che, con volontà politica e risorse, gli eserciti europei possono essere espansi e riequipaggiati in tempi relativamente brevi.

Un coordinamento UE potrebbe anche ottimizzare la distribuzione delle specializzazioni industriali: ad esempio, sfruttare le eccellenze francesi nei caccia e sottomarini, quelle tedesche nei carri armati e artiglierie, quelle italiane e spagnole nelle navi anfibie e cannoni navali, quelle svedesi nei sistemi antiaerei, e così via, evitando doppioni. Si ridurrebbe così la storica frammentazione (oggi l’Europa ha 17 tipi diversi di carro armato in servizio e 29 modelli di cacciabombardiere, contro pochi standard negli USA). Progetti congiunti come il Future Combat Air System (FCAS) per un caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo, o il Main Ground Combat System (MGCS) per il carro armato europeo di nuova generazione, vanno in questa direzione, ma procedono lentamente. Una spinta politica data dall’urgenza potrebbe accelerarli.

L’UE ha capacità economiche per sostenere uno sforzo militare autonomo (spendendo di più e meglio), e capacità industriali per produrre armamenti all’avanguardia. La chiave sta nell’integrazione e nel coordinamento: acquisti comuni, fondi condivisi, standardizzazione e investimenti congiunti in ricerca e sviluppo militare. Senza tali misure, ogni paese da solo non raggiungerebbe le economie di scala necessarie e continuerebbe a dipendere dall’esterno. Con una politica di difesa comune, invece, l’Europa potrebbe diventare un gigante industriale della difesa, capace di inondare i propri arsenali (e volendo quelli di partner esteri) di equipaggiamenti avanzati in grandi quantità. Va comunque riconosciuto che espandere rapidamente la produzione bellica potrebbe incontrare anche ostacoli: colli di bottiglia nelle filiere (come la carenza di microchip o materie prime critiche), rigidità burocratiche, normative sul controllo export differenziate, e possibili resistenze sociali (l’industria bellica non gode ovunque di consenso). Ma di fronte a una minaccia acuta, questi ostacoli potrebbero essere affrontati con misure straordinarie, come la riconversione di industrie civili automobilistiche verso la produzione di mezzi militari.

Fattibilità di una catena di comando unificata e integrazione delle forze

Oltre agli aspetti materiali, il vero banco di prova per un’Europa della difesa autonoma è la costruzione di una struttura di comando e controllo comune. Attualmente, non esiste un esercito UE permanente: la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) prevede missioni multinazionali su base volontaria, e sono stati istituiti strumenti come i Battle Group europei, unità multinazionali di pronto intervento mai effettivamente utilizzate in combattimento. Vi è un Military Staff dell’UE e un centro di comando militare (MPCC) a Bruxelles, ma con mandato limitato a operazioni minori come addestramento e missioni non executive. La NATO, finché attiva, fornisce l’architettura di comando integrata sotto guida USA. Senza NATO, questa andrebbe interamente ricostruita in chiave europea.

Le sfide qui sono principalmente politiche e istituzionali. Integrare forze armate di 27 nazioni diverse sotto un unico ombrello significa risolvere questioni spinose: chi prende le decisioni di impiego della forza? Chi comanda operativamente? Le Costituzioni nazionali affidano tradizionalmente il controllo delle forze armate ai governi o capi di Stato di ciascun paese. Ad esempio, oggi in Francia e in Italia il comandante supremo è il Presidente della Repubblica; in Germania in tempo di pace le forze armate sono sotto il Ministro della Difesa, ma in guerra il comando passa al Cancelliere; in Spagna è formalmente il Re ad avere il comando supremo; in altri paesi varia tra capo di Stato e primo ministro.

Questa eterogeneità rende difficile concepire un comando unificato senza modifiche costituzionali e una vera unione politica. Pensare di avere, ad esempio, un “Capo di Stato Maggiore europeo” che possa impartire ordini diretti alle unità tedesche, francesi, italiane ecc., al momento è quasi fantascienza. L’idea che tutti questi Stati possano rapidamente creare una catena di comando centralizzata con uno Stato Maggiore comune appare più un’ipotesi accademica che una possibilità concreta. Ciò non significa che sia impossibile nel lungo termine, ma richiederebbe un livello di integrazione politica non ancora raggiunto dall’UE, praticamente una federazione con politica estera e di difesa comune.

Al momento l’approccio più realistico sarebbe quello di rafforzare il “pilastro europeo” esistente dentro la NATO o creare cooperazioni ristrette tra gruppi di paesi. Con NATO collassata, però, l’UE non avrebbe alternative se non inventare un proprio schema. Una possibilità discussa in passato è ad esempio di estendere il comando francese, che ha strutture avanzate come il quartier generale di Mont-Valérien, ad altri partner, oppure ruotare il comando tra generali di diverse nazionalità, ma comunque servirebbe un’autorità politica sovranazionale capace di decidere l’impiego della forza in tempi rapidi.

Gli ostacoli principali sarebbero: la sovranità nazionale, dato che molti Stati sarebbero riluttanti a cedere il controllo ultimo sulle proprie truppe; i meccanismi decisionali UE, poiché in materia di difesa vige la regola dell’unanimità, che potrebbe paralizzare decisioni tempestive in crisi; la catena di comando militare, perché una volta autorizzata politicamente una missione il comando dev’essere unificato e rigido, cosa oggi assente, dato che le operazioni NATO stesse funzionano con national caveats, limitazioni imposte dai singoli governi all’uso delle proprie truppe. Rimuovere queste barriere implicherebbe un cambio di mentalità e accordi molto solidi.

Alcune iniziative recenti puntano nella direzione giusta: ad esempio la PESCO coinvolge 25 Paesi UE in progetti congiunti, alcuni dei quali mirano a creare comandi condivisi per logistica, forze speciali, forze corazzate. Inoltre, l’UE ha attivato un Centro di comando militare unico (MPCC) che in futuro dovrebbe gestire anche operazioni militari complesse, per ora limitato a battlegroup di dimensioni brigata. Si parla anche di un Quartier Generale europeo permanente, equivalente del SHAPE NATO, ma finora gli Stati membri non gli hanno dato pieni poteri.

La fattibilità tecnica di una catena unificata esiste, si possono creare nuovi comandi, collegare digitalmente le forze, utilizzare l’inglese come lingua operativa comune. Ma la fattibilità politica è il vero nodo. Senza un accordo politico di alto livello, stimolato magari da una grave crisi che faccia percepire l’urgenza, difficilmente vedremo a breve un Generale europeo comandare un esercito europeo. Realisticamente, anziché un esercito UE totalmente indipendente, la strada più percorribile sarebbe potenziare l’integrazione all’interno della NATO, sempre che gli USA lo consentano. Nel nostro scenario, però, la NATO non c’è più: quindi l’UE dovrebbe compiere un salto di integrazione molto audace e istituire un meccanismo decisionale nuovo. In definitiva, la catena di comando unificata è concettualmente possibile, forse con un Consiglio di Difesa UE e un Comandante Supremo Europeo designato a rotazione, ma politicamente molto ardua da realizzare nel breve periodo senza modificare i trattati e le costituzioni nazionali.

Impatto geopolitico di un blocco militare UE autonoma sulle grandi potenze (USA, Russia, Cina, India)

Se l’Unione Europea riuscisse a integrarsi militarmente e a esprimere un serio potere autonomo di deterrenza e proiezione, le conseguenze sull’ordine mondiale sarebbero significative. Consideriamo le principali potenze globali:

Stati Uniti: Paradossalmente, una UE più forte militarmente potrebbe sia ridurre tensioni transatlantiche sia crearne di nuove. Da un lato, gli USA da tempo chiedono agli europei di farsi carico di una quota maggiore della propria difesa. Una difesa UE autonoma allevierebbe il peso per Washington, consentendole di concentrare risorse altrove (ad esempio nel Indo-Pacifico contro la Cina). Ciò renderebbe la partnership più equilibrata. D’altro canto, gli Stati Uniti potrebbero guardare con preoccupazione a un’Europa troppo indipendente se questa iniziasse ad avere politiche estere divergenti. Ad esempio, su dossier come la Cina o il Medio Oriente, una UE potenza autonoma potrebbe non allinearsi automaticamente agli USA, perseguendo i propri interessi. Nel peggiore dei casi, qualcuno teme uno sdoppiamento della comunità occidentale, con USA e UE come due poli separati. Tuttavia, l’UE condivide valori e legami strettissimi con Washington, quindi è più probabile che una difesa europea venga comunque coordinata con gli americani su molte questioni. In sintesi, l’impatto sugli USA sarebbe: sollievo sul fronte del burden-sharing, ma potenziale perdita di influenza sul continente europeo. La presenza di un deterrente nucleare europeo autonomo potrebbe in particolare sostituire l’ombrello nucleare USA, togliendo a Washington un rilevante strumento di leva. La reazione dipenderebbe anche dall’amministrazione USA in carica: alcune potrebbero incoraggiare l’Europa a badare a sé, altre più tradizionaliste potrebbero vedere rischio di indebolimento della NATO.

Russia: Una UE compatta sul piano militare rappresenterebbe per Mosca un avversario ben più formidabile dell’attuale mosaico europeo. La strategia russa verso l’Europa spesso si è basata sul dividi et impera: fare leva su divisioni tra paesi e sulle differenti dipendenze per evitare un fronte unito. Se tale fronte unito si materializzasse – per giunta armato con forze convenzionali robuste e un ombrello nucleare francese/europeo – la deterrenza verso Mosca aumenterebbe enormemente. Già oggi, il potenziale economico-militare europeo supera di gran lunga quello russo; la differenza finora è nella volontà e coesione. In uno scenario post-NATO, è probabile che la principale minaccia percepita per l’UE sarebbe proprio la Russia. Dunque l’UE orienterebbe le sue nuove strutture per contenere la minaccia russa. Mosca si troverebbe senza dubbio strategicamente in difficoltà: perderebbe la speranza di un’Europa neutrale o conciliante. Dal suo punto di vista, una fortezza Europa armata ai propri confini occidentali sarebbe motivo di allerta e potenzialmente di corsa agli armamenti. La Russia potrebbe reagire cercando alternative: intensificare la partnership con Cina, puntare ancora di più sulle armi nucleari, o tentare di destabilizzare l’UE dall’interno tramite guerra ibrida e propaganda. Tuttavia, con un’UE resiliente e unita, questi tentativi avrebbero meno chance di successo. In sostanza, un blocco militare UE avrebbe capacità di deterrenza credibile verso Mosca, probabilmente scoraggiando avventure militari come quelle ipotizzate verso i Paesi baltici o altri membri orientali. Evitare la percezione di debolezza è cruciale: un’UE militarmente robusta renderebbe chiaro al Cremlino che qualsiasi aggressione incontrerebbe la risposta coordinata di un colosso economico-militare. Ciò contribuirebbe alla stabilità, sebbene mantenendo un rapporto probabilmente ostile, una sorta di nuova Guerra Fredda europea. In aggiunta, l’UE potrebbe contrastare l’influenza russa anche nei Balcani, nel Mediterraneo e in Africa in modo più assertivo, riducendo gli spazi di manovra geopolitici di Mosca.

Cina: Pechino osserverebbe con attenzione l’emergere di una potenza militare UE. La Cina tradizionalmente vede l’Europa soprattutto come partner economico e attore diplomatico, mentre considera gli USA il suo vero rivale strategico. Una UE armata e autonoma potrebbe rappresentare un terzo polo nello scenario globale. Ciò avrebbe implicazioni complesse. Da un lato, la Cina potrebbe accogliere positivamente un’Europa più indipendente dagli USA, sperando in una politica estera europea più equilibrata e meno schierata nel confronto sino-americano. Se l’UE perseguirà autonomia strategica, potrebbe scegliere un approccio più moderato verso la Cina rispetto agli USA, ad esempio mantenendo aperto il dialogo ed evitando di schierare forze nel Pacifico contro Pechino. In questo senso, la Cina potrebbe cercare di coltivare buoni rapporti con l’UE per allontanarla da Washington. D’altro canto, una UE davvero unita militarmente è anche una potenza che sostiene i principi democratici e l’ordine internazionale liberale. Potrebbe quindi opporsi con maggiore efficacia a iniziative cinesi contrarie al diritto internazionale, come nel Mar Cinese Meridionale o nelle pressioni su Taiwan. Già ora l’Europa, pur priva di muscolo militare in Asia, ha iniziato a definire una strategia Indo-Pacifica e a inviare qualche nave in quei mari per sottolineare la libertà di navigazione. Con più mezzi navali e aerei a disposizione, l’UE potrebbe decidere di proiettare potenza anche nell’Indo-Pacifico, magari in cooperazione con paesi come Giappone, India o Australia, per bilanciare l’influenza cinese. Questo sarebbe visto negativamente da Pechino. In generale, la Cina considera l’idea di autonomia strategica europea con una certa ambivalenza: da un lato opportunità, dall’altro rischio. Se l’UE diventasse una potenza militare credibile, Pechino dovrebbe tenerne conto nei suoi calcoli globali. Potremmo vedere intensificarsi il corteggiamento diplomatico della Cina verso le capitali europee per evitare che si schierino compattamente con gli USA. Inoltre, la Cina potrebbe temere che un’Europa forte riempia il vuoto lasciato dagli USA in Medio Oriente o Africa, regioni dove anche Pechino ha interessi: se l’UE protegge ad esempio rotte energetiche o investe in basi oltremare, ciò potrebbe competere con la presenza cinese.

India: L’India, emergente potenza asiatica e democrazia, potrebbe guardare con favore a un’UE più potente e indipendente. Delhi tradizionalmente ha una politica estera non allineata, ma negli ultimi tempi vede con preoccupazione l’ascesa cinese e la partnership sino-pakistana. Un’Europa autonoma militarmente potrebbe essere per l’India un partner di sicurezza aggiuntivo oltre agli USA. Già oggi UE e India collaborano su temi di sicurezza marittima, ad esempio con esercitazioni navali congiunte nell’Oceano Indiano. Un blocco UE forte potrebbe fornire tecnologie, intelligence e forse supporto diplomatico-militare all’India in un equilibrio indo-pacifico. L’industria europea potrebbe offrire alternative in armamenti avanzati, come dimostrano le forniture francesi di caccia Rafale e sottomarini all’India. Inoltre, l’India ha interesse a un mondo multipolare: un’UE potenza militare bilancia l’influenza sia degli USA sia della Cina, cosa che combacia con la visione indiana di multiple poles globali. D’altra parte, l’India potrebbe mantenere una certa cautela, ricordando storicamente l’epoca coloniale europea in Asia. Ma trattandosi dell’UE – percepita più come un attore benigno rispetto alle vecchie potenze coloniali – è probabile che Delhi ne sarebbe relativamente tranquilla. In sintesi, l’India vedrebbe una UE forte come un potenziale alleato nella stabilizzazione dell’Asia e un partner tecnologico-militare, purché l’Europa rispetti l’autonomia indiana e non interferisca nei suoi affari regionali.

In generale: l’impatto globale di un’UE autonoma militarmente sarebbe l’emergere di un quarto grande attore accanto a USA, Cina e Russia, o quinto includendo l’India come potenza crescente. L’UE avrebbe il peso per influenzare gli equilibri internazionali: ad esempio, potrebbe contribuire più decisamente alle operazioni di pace ONU, intervenire in crisi regionali nel vicinato senza dover aspettare l’appoggio USA, e partecipare da protagonista ai fora strategici globali. Un’Europa forte potrebbe anche essere un garante di sicurezza regionale per aree come i Balcani o il Medio Oriente, dove finora ha agito solo diplomaticamente. Per contro, la reazione di altre potenze potrebbe includere tentativi di contenere l’influenza UE: ad esempio, Russia e Cina potrebbero intensificare la loro intesa per contrastare quello che vedrebbero come blocco occidentale europeo indipendente. Ma la presenza di un ulteriore polo può anche rendere più stabili alcuni equilibri, perché le alleanze non sarebbero più rigide bipolarismi, ma un sistema multipolare dove nessuno ha mano libera.

La prospettiva di un’Unione Europea come potenza militare autonoma

Tirando le fila di questa analisi, possiamo formulare una valutazione complessiva. Potenzialmente sì, l’Unione Europea ha tutti gli ingredienti materiali per essere una potenza militare di primo piano: popolazione numerosa, economia ricca, tecnologia avanzata, industria della difesa sviluppata, forze armate complessivamente grandi e professionali, arma nucleare (francese) e posizioni geografiche strategiche. Integrando queste risorse, potrebbe mettere in campo forze paragonabili a quelle di USA o Cina e ben superiori a quelle della Russia. Ad esempio, un esercito UE potrebbe contare oltre un milione di soldati e decine di migliaia di veicoli corazzati, supportati da centinaia di aerei all’avanguardia e da una flotta di prim’ordine – una massa critica sufficiente per deterrenza convenzionale robusta. L’arsenale nucleare francese, pur più piccolo di quelli americano o russo, sarebbe comunque sufficiente a scoraggiare qualsiasi aggressione esistenziale. In aggiunta, l’UE dispone di alleanze e amicizie in tutto il mondo (dall’Africa all’Asia) e di un peso diplomatico considerevole, che rafforzerebbe il suo ruolo come garante di sicurezza internazionale.

Tuttavia, allo stato attuale, l’UE non è ancora una potenza militare unificata e credibile nel senso tradizionale. Le criticità da superare sono di natura politica e organizzativa: la mancanza di unità politica e di volontà comune di usare la forza. Finché gli Stati membri avranno visioni divergenti su quando e come intervenire militarmente, sarà difficile presentarsi come attore coerente. Una potenza credibile deve poter prendere decisioni rapide; l’UE tende alle mediazioni lente. La frammentazione strutturale con 27 eserciti, 27 bilanci, decine di lingue e dottrine comporta inefficienze e lentezza di schieramento. Ad esempio, attualmente l’Europa non riuscirebbe a mobilitare i famosi 300.000 soldati in pochi giorni che invece gli USA garantiscono in Europa in caso di crisi. Per ottenere un effetto analogo, o aumenta di molto i propri ranghi o deve unificare comando e forze per massimizzarne l’efficacia. Entrambe le cose richiedono tempo e impegno. Inoltre, vi sono carenze in capacità specializzate: intelligence satellitare, droni su larga scala, trasporto strategico intercontinentale, difese antimissili di teatro, missili a lunga gittata convenzionali, in cui oggi l’UE dipende dagli USA. Colmare questi vuoti è possibile, ma serve investimento e coordinamento. Finché questi asset non saranno disponibili autonomamente, l’UE non avrà tutta la panoplia necessaria per agire in completa autonomia su qualunque scenario.

In uno scenario post-NATO, è verosimile che l’UE cercherebbe inizialmente di rafforzare forme di cooperazione militare già collaudate. Ad esempio, Francia e Germania (assieme magari a Italia, Spagna, Polonia) potrebbero formare un nocciolo duro per un comando congiunto, invitando gli altri a partecipare. La Francia, dotata di forze nucleari e di proiezione, quasi certamente vorrebbe mantenere un ruolo guida. Paesi neutrali come Austria, Irlanda, Malta dovrebbero rivedere le loro dottrine di neutralità per integrarsi. Non tutti gli Stati UE sono oggi pronti a questo passo, ma la pressione esterna potrebbe fungere da catalizzatore.

Nel medio-lungo termine, se l’UE evolvesse politicamente verso maggiore unità, ad esempio con un Trattato che istituisca una Difesa comune e un Consiglio di Sicurezza UE, allora sì: l’Unione potrebbe emergere come una potenza militare autonoma e credibile, terzo pilastro dell’Occidente accanto agli USA e partner essenziale per la stabilità globale. In tal caso l’UE avrebbe i mezzi per difendere il proprio territorio e per proiettare forza a tutela dei suoi interessi e valori – missioni di pace, antipirateria, supporto ad alleati in altre regioni – con uno stile europeo multilaterale.

Finché ciò non avviene, però, l’idea di un vero esercito europeo rimane in parte un’utopia: come riconoscono molti osservatori, nel prossimo futuro è difficile immaginare una difesa comune europea pienamente operativa. La soluzione più pragmatica nel breve termine sarebbe continuare a lavorare per una maggiore integrazione all’interno del quadro NATO, ovvero un’Europa della difesa come pilastro complementare agli USA. Ma se la NATO crollasse davvero, l’UE dovrebbe decidere se assumersi questo storico ruolo da sola.

L’Unione Europea potrebbe diventare una potenza militare autonoma e credibile, ma a condizione di superare enormi ostacoli politici interni e di investire massicciamente in difesa comune. Le capacità attuali, prese singolarmente, sono insufficienti a rimpiazzare l’ombrello USA, ma combinate e potenziate offrirebbero una base deterrente di alto livello. Un blocco UE militarmente coeso avrebbe il peso per mantenere un equilibrio di sicurezza internazionale, almeno nel teatro euro-mediterraneo, fungendo da contrappeso alla Russia e da partner di pari livello degli Stati Uniti in Occidente. Il suo credito come potenza globale dipenderebbe poi dalla volontà di impegnarsi anche oltre i propri confini e dalla capacità di parlare con una voce unica in politica estera. In definitiva, l’UE ha davanti a sé una scelta: restare un gigante economico ma nano strategico, oppure compiere quel salto di integrazione che la porterebbe nell’Olimpo delle grandi potenze mondiali, garantendo così anche la propria sicurezza senza dover dipendere da altri. Le crisi recenti sembrano spingerla verso la seconda strada, ma il percorso è tutt’altro che semplice e richiederà probabilmente una forte volontà popolare e leadership illuminate per realizzarsi appieno.

Le fonti principali includono le analisi di Bruegel ed ECFR sui fabbisogni militari europei senza il supporto statunitense, i rapporti del Consilium UE su cyberdifesa e industria, i dati del SIPRI su spesa ed esportazioni di armamenti, e le proiezioni di Politico sull’andamento dei bilanci della difesa.