Nei vent’anni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001, numerose teorie del complotto hanno cercato di fornire spiegazioni alternative su quanto accaduto. Fin da subito, gruppi di “truthers” hanno avanzato l’idea che gli attacchi fossero un “inside job”, orchestrati segretamente dagli stessi ambienti governativi statunitensi anziché da terroristi di al-Qaida. Sebbene tali affermazioni siano state ripetutamente smentite da indagini tecniche e giornalistiche approfondite, le ipotesi complottiste hanno continuato a circolare, riguardando soprattutto il modo in cui crollarono le Torri Gemelle, l’attacco al Pentagono, le circostanze del volo United 93 e presunti movimenti di borsa anomali nei giorni precedenti. Di seguito esamineremo le tesi cospirazioniste più diffuse su ciascuno di questi punti, confrontandole con le evidenze e le spiegazioni fornite da esperti, ricercatori e inchieste ufficiali.
Demolizione controllata delle Torri Gemelle (e WTC7)
I drammatici collassi delle Torri Gemelle – avvenuti meno di due ore dopo l’impatto degli aerei – sorpresero molti osservatori e alimentarono immediatamente teorie di complotto. Secondo i sostenitori di queste teorie, i due grattacieli non sarebbero caduti a causa dei danni subiti e degli incendi, ma tramite una demolizione controllata: ovvero sarebbero stati minati con esplosivi collocati in precedenza, per provocare un collasso verticale rapido e simmetrico. I complottisti citano come indizi il fatto che mai prima di allora edifici in acciaio così grandi fossero crollati solo per un incendio, la velocità quasi in caduta libera con cui le torri si disintegrarono e testimonianze di scoppi uditi all’interno poco prima e durante i crolli. Inoltre viene spesso aggiunto il caso dell’Edificio 7 del World Trade Center (WTC7), un terzo grattacielo di 47 piani che collassò nel tardo pomeriggio dell’11/9 senza essere stato colpito da alcun aereo, evento anch’esso attribuito dai cospirazionisti a esplosivi nascosti in azione sincronizzata.
In realtà, le approfondite indagini ingegneristiche condotte dopo i fatti hanno spiegato i crolli del World Trade Center senza ricorrere ad alcun complotto interno. Il National Institute of Standards and Technology (NIST), incaricato di studiare le cause dei collassi, concluse nel 2005 che le Torri Gemelle cedettero a seguito del combined effetto dell’impatto degli aerei e degli incendi conseguenti. L’energia degli aerei Boeing 767 lanciati a circa 800 km/h devastò le strutture: nelle torri furono tranciati numerosi colonne portanti, e soprattutto venne scalzato l’isolante antincendio che proteggeva le travi d’acciaio. Il carburante fuoriuscito dai velivoli innescò roghi su più piani, raggiungendo temperature stimate attorno a 1000°C, sufficienti a indebolire gravemente l’acciaio (ben prima del punto di fusione). Dopo quasi un’ora di incendio in queste condizioni, le strutture interne delle torri cederono: i pavimenti si incurvarono per il calore e tirarono verso l’interno le colonne perimetrali, finché le sezioni superiori dei palazzi collassarono sui piani sottostanti. A quel punto il collasso progredì rapidamente verso il basso. Fotografie e video dell’epoca mostrano chiaramente, ad esempio, l’inflessione verso l’interno delle colonne esterne della Torre Nord pochi attimi prima del cedimento definitivo, confermando la sequenza descritta dai modelli strutturali. Non è mai emersa alcuna evidenza credibile di esplosivi: nessun boato anomalo fu registrato nelle tracce audio dei video durante i crolli, mentre calcoli effettuati dal NIST indicano che un’esplosione sufficientemente potente da troncare di colpo una colonna portante avrebbe prodotto un rumore di circa 130-140 decibel percepibile a chilometri di distanza – un fragore paragonabile a quello di un jet al decollo o di uno sparo a bruciapelo. Tali detonazioni semplicemente non si verificarono. Inoltre, preparare una demolizione di quel tipo in segreto sarebbe stato estremamente difficile: sarebbe servito rimuovere pareti e rivestimenti per collocare centinaia di cariche su molti piani, operazione impossibile da realizzare senza attirare l’attenzione in edifici attivi con migliaia di occupanti.
Anche il crollo del WTC 7, spesso citato come “anello mancante” dai complottisti, è stato oggetto di analisi dettagliate. Il WTC7 fu colpito alle 10:28 dal crollo della Torre Nord, che danneggiò gravemente un lato dell’edificio e innescò incendi su numerosi piani. I vigili del fuoco, impossibilitati a combattere quegli incendi a causa dell’insufficienza degli impianti idrici, lasciarono bruciare l’edificio per ore. Alle 17:20 il WTC7 collassò su sé stesso. Il NIST, dopo tre anni di studi, concluse che anche in questo caso la causa primaria fu il fuoco: le fiamme incontrollate su vari piani indebolirono progressivamente un pilastro critico interno (colonna n.79) fino a causarne il cedimento, innescando un collasso strutturale a catena dei piani inferiori e quindi il collasso globale della struttura. La caduta quasi verticale dell’edificio – spesso addotta come “prova” di demolizione intenzionale – si spiega perché i cedimenti iniziarono all’interno: i solai interni collassarono e trascinarono giù le strutture, mentre la facciata esterna rimase in piedi qualche secondo in più prima di cedere uniformemente quando ormai nulla la sosteneva. Anche l’osservazione che l’accelerazione del crollo raggiunse per un breve tratto quella di caduta libera è vera, ma non misteriosa: il NIST ha misurato che per circa 2,25 secondi, nella fase centrale del collasso, la facciata del WTC7 è scesa senza resistenza perché le colonne sottostanti erano già piegate e prive di capacità portante – uno stadio intermedio compatibile con i modelli di cedimento strutturale, seguito poi da un progressivo rallentamento man mano che le macerie opponevano nuovamente resistenza. In definitiva, nessuna traccia di esplosivi, termite o altri agenti artificiosi è stata rilevata nelle macerie, e gli elementi chimici citati dai complottisti come “prove” erano in realtà presenti comunemente nei materiali edilizi dell’edificio (ad esempio lo zolfo del cartongesso). Le spiegazioni ufficiali – supportate da dati tecnici, simulazioni al calcolatore e sopralluoghi – indicano dunque che le torri collassarono a causa dei gravi danni strutturali e degli incendi, senza bisogno di ipotizzare esplosivi nascosti.
L’impatto sul Pentagono: aereo o missile?
Anche l’attacco al Pentagono è avvolto, secondo alcuni, da scenari cospirativi. La versione ufficiale stabilita dalla Commissione 9/11 è che alle 9:37 dell’11 settembre 2001 il volo American Airlines 77, un Boeing 757 dirottato, si schiantò contro il lato ovest del Pentagono causando 189 vittime tra aereo e edificio. I teorici del complotto però mettono in dubbio che a colpire il quartier generale della Difesa sia stato davvero un aereo di linea. Essi evidenziano che le foto iniziali mostravano un foro relativamente piccolo nella facciata e sostengono che mancassero rottami riconoscibili di un aereo sul prato. Subito dopo l’11/9 ha avuto ampia risonanza la tesi alternativa avanzata dal giornalista francese Thierry Meyssan, secondo cui il Pentagono sarebbe stato in realtà colpito da un missile e non da un Boeing – parte di un presunto complotto interno ordito dai militari statunitensi stessi. Meyssan e altri sottolinearono la presenza di due fori: uno principale sulla facciata, largo circa 23 metri; e uno secondario (un foro circolare di circa 5 metri) visibile nell’anello interno dell’edificio. A loro dire, un Boeing 757 con apertura alare di 38 metri non avrebbe potuto “sparire” in buchi di tali dimensioni. Queste perplessità hanno alimentato la narrazione secondo cui nessun aereo avrebbe colpito il Pentagono – ipotesi spesso accompagnata dall’asserzione che le autorità avrebbero nascosto i filmati o inscenato prove false sul luogo.
Le indagini tecniche e le testimonianze oculari disponibili confutano nettamente queste illazioni, confermando che fu effettivamente il volo AA77 a devastare il Pentagono. Decine di testimoni presenti nell’area hanno descritto un aereo di linea che volava a bassa quota e si schiantava contro l’edificio. Una vasta raccolta di rottami è stata recuperata sulla scena, identificata come parti del Boeing: rottami di fusoliera con livrea American Airlines, carrelli d’atterraggio, frammenti di motore e persino la scatola nera dell’aereo. L’American Society of Civil Engineers (ASCE) ha effettuato uno studio strutturale dettagliato dell’impatto: la fusoliera penetrò nella cinta esterna del Pentagono creando un varco di circa 23 m di ampiezza, consistente con la dimensione del corpo di un 757. Subito dopo l’impatto, una porzione della facciata esterna crollò, ampliando parzialmente la breccia. Come mai, allora, le ali dell’aereo non hanno lasciato fori visibili di 38 metri? Gli ingegneri spiegano che un velivolo che impatta a quella velocità non disegna un buco a forma di aereo stile cartone animato: un’ala con il serbatoio ha colpito il terreno prima della facciata, mentre l’altra si è disintegrata contro i pilastri portanti in cemento armato senza penetrare. I residui delle ali e della coda si sono frantumati all’esterno o nelle prime stanze, ridotti a pezzi in gran parte piccoli; ciò è coerente con la fisica di un impatto ad alta energia e spiega perché non si vedessero sezioni d’ala intatte sul prato. Un altro elemento spesso citato – le finestre rimaste integre vicino al punto d’impatto – è in realtà un dettaglio che conferma, anziché smentire, la dinamica nota: quelle finestre del Pentagono erano state installate con vetri antiesplosione (blast-resistant) proprio per resistere a onde d’urto e shrapnel. Non a caso alcune vetrate, pur investite dall’impatto, sono rimaste in sede (perfino le tende interne sono rimaste piegate ordinatamente dietro ai vetri, segno della tenuta iniziale); molte altre si incrinarono ma non si frantumarono, come progettato, e solo con il successivo cedimento strutturale dell’anello esterno caddero del tutto. Anche questo aspetto dunque non richiede alcun missile per essere spiegato. Infine, la presenza di rottami aereo fu ben documentata: il primo ingegnere giunto sul posto, Allyn Kilsheimer, riferì di aver individuato i segni dell’impatto delle ali sulla facciata e di aver personalmente raccolto parti dell’aereo con la livrea della compagnia, inclusa una sezione della coda, nonché resti umani appartenenti all’equipaggio. Le sue osservazioni sono corroborate da fotografie scattate all’interno e all’esterno che mostrano pezzi riconoscibili del velivolo. In sintesi, nessun elemento reale supporta la teoria del missile: un aereo di linea si è schiantato sul Pentagono e le caratteristiche dei danni osservati – ampiezza dell’impatto, assenza di grandi parti integre, finestrature resistite – sono pienamente compatibili con l’impatto di un Boeing 757 lanciato a oltre 800 km/h.
Il volo United 93
L’ultimo aereo dirottato l’11 settembre, il volo United Airlines 93, si schiantò alle 10:03 del mattino in un campo nei pressi di Shanksville, Pennsylvania, dopo che i passeggeri tentarono eroicamente di riprendere il controllo dai dirottatori. La versione ufficiale, supportata dalle registrazioni in cabina e dalle telefonate, è che i terroristi, messi alle strette dalla rivolta a bordo, fecero precipitare deliberatamente l’aereo prima che potesse raggiungere il probabile obiettivo a Washington. Anche attorno a questo evento, tuttavia, sono fiorite teorie alternative. Alcuni complottisti sostengono che in realtà il volo 93 sia stato abbattuto da un missile o da un caccia militare ordinato a intercettarlo. A supporto citano diversi fatti: alcuni testimoni oculari riferirono di aver visto volare a bassa quota, subito dopo lo schianto, un misterioso jet bianco non identificato; inoltre alcuni detriti (come un frammento di motore) vennero trovati a distanza dal cratere principale, alimentando l’ipotesi che l’aereo si fosse spezzato in aria prima dell’impatto. Sul circuito mediatico complottista circola anche l’affermazione di un ex ufficiale secondo cui un caccia F-16 della Air National Guard – pilotato dal tenente colonnello Rick Gibney – avrebbe lanciato missili Sidewinder contro il volo 93 abbattendolo in volo. Queste congetture, amplificate da trasmissioni come lo “Alex Jones Show” nel 2004, insinuano che il governo abbia insabbiato un abbattimento deliberato, magari per evitare che l’aereo colpisse edifici civili.
Le prove disponibili e le indagini ufficiali dipingono però uno scenario ben diverso, in linea con la storia di coraggio dei passeggeri di United 93. Il “jet bianco” avvistato da alcuni testimoni non era un caccia intruso, bensì un piccolo aereo civile Dassault Falcon 20 in volo nella zona. I controllori di volo, subito dopo lo schianto del 93, chiesero a questo business jet (appartenente a un’azienda tessile) di scendere a bassa quota per ispezionare visivamente la zona dell’incidente. Il velivolo eseguì un passaggio di ricognizione intorno alle macerie – il tempo di avvistare la colonna di fumo e riferire le coordinate ai soccorritori – e poi proseguì verso l’aeroporto di destinazione. Dunque, nessun aereo militare ostile né tanto meno un drone: si trattava di un normale aereo aziendale coinvolto nei soccorsi. Riguardo ai detriti dispersi, le indagini dell’FBI e del National Transportation Safety Board hanno chiarito che tutti i rottami e resti umani del volo 93 furono rinvenuti entro pochi chilometri dalla scena, compatibilmente con un impatto al suolo. In particolare, un pezzo del motore (un segmento di ventola) è stato recuperato in un bacino di raccolta acqua circa 270 metri a sud del cratere. La distanza può sembrare grande, ma esperti di incidenti aerei spiegano che non è affatto insolito: un oggetto pesante lanciato a ~800 km/h può facilmente rimbalzare e continuare la corsa per centinaia di metri oltre il punto di impatto. Il frammento in questione, infatti, fu trovato proprio nella direzione di volo, coerentemente con il rimbalzo balistico dovuto all’energia cinetica. Quanto ai leggeri detriti di carta e lamiera rinvenuti nel vicino Indian Lake, a circa 2 km, anch’essi non sono anomali: erano materiali molto leggeri (documenti, pezzi di alluminio sottile) che un’esplosione all’impatto può aver scagliato in aria, facendoli ricadere a distanza. I meteorologi hanno confermato che quel giorno il vento spirava verso il lago, facilitando il trasporto di frammenti in quella direzione. Il coroner della contea di Somerset, incaricato del recupero delle vittime, ha dichiarato che nessuna parte di corpo fu trovata nel lago: tutti i resti umani erano confinati nell’area immediatamente attorno al cratere, smentendo l’idea di corpi dispersi in volo. Infine, la teoria dell’abbattimento militare è stata verificata e smentita. Il pilota Rick Gibney, indicato nelle storie complottiste, quella mattina volò sì con un F-16, ma in tutt’altra zona: partito da Fargo nel North Dakota, egli trasportò un funzionario (Ed Jacoby Jr.) dal Montana fino ad Albany, New York, per permettergli di coordinare gli aiuti di emergenza nello Stato. Jacoby ha confermato di essere stato in volo con Gibney in quei momenti e si è detto indignato da tali dicerie: ha definito “fuorviante” e “disgustoso” diffondere l’idea che il suo pilota abbia abbattuto il volo 93, perché ciò “induce il pubblico in errore” e riapre inutilmente ferite per i familiari delle vittime. Le registrazioni audio della cabina di pilotaggio, rese pubbliche nei processi, non lasciano dubbi sul fatto che ci fosse una colluttazione tra passeggeri e dirottatori prima dello schianto e nessun segno di un impatto esterno.
Il mistero dell’“insider trading” pre-11/9
In aggiunta alle ipotesi sulle dinamiche degli attacchi, alcuni hanno cercato segnali di complotto nei movimenti finanziari immediatamente precedenti l’11 settembre 2001. La teoria del complotto in questo caso sostiene che insider vicini ai terroristi (o ai presunti cospiratori interni) avrebbero speculato in borsa sapendo in anticipo degli attacchi. Si cita a supporto il dato che, nei giorni antecedenti l’11/9, furono effettivamente registrati volumi anomali di compravendite su titoli di compagnie aeree e assicurative legate agli eventi. In particolare, tra il 6 e 7 settembre 2001 si notarono insoliti acquisti di opzioni “put” (che fruttano se il titolo scende) sui titoli United Airlines e American Airlines, le due compagnie dei voli poi dirottati. Alla Borsa di Chicago, tra il 6 e 7 settembre furono comprati 4744 contratti put su UAL (United) a fronte di soli 396 call, e il 10 settembre altri 4516 put su AMR (American Airlines) contro 748 call. Questi volumi erano decisamente superiori alla media e indicavano scommesse su un imminente crollo del valore di quei titoli. Analoghe attività fuori dall’ordinario furono segnalate su alcune società assicurative esposte alle conseguenze degli attacchi (ad esempio sul gruppo Travelers, di proprietà Citigroup, e sulla banca Morgan Stanley che aveva sede nelle Torri). Tali coincidenze furono interpretate dai complottisti come prove di un preavviso: investitori misteriosi, sapendo degli attentati imminenti, avrebbero cercato di lucrare con operazioni mirate su quei titoli, effettuando una sorta di “insider trading” terroristico.
Queste accuse hanno spinto le autorità a svolgere indagini finanziarie approfondite subito dopo l’11 settembre, e le conclusioni ufficiali escludono qualsiasi scenario di complotto. Già il 12 settembre 2001 la Securities and Exchange Commission (SEC) avviò un’analisi sistematica di milioni di transazioni di Borsa nelle settimane precedenti agli attentati, in coordinamento con l’FBI e altri enti. L’indagine, che ha incluso l’esame di oltre 9,5 milioni di scambi e il coinvolgimento degli organi di vigilanza di vari Paesi, non ha trovato alcuna evidenza che persone informate sugli attacchi abbiano tratto profitto dai mercati. La Commissione 9/11, nel suo rapporto finale, afferma che sebbene vi siano state attività di trading apparentemente sospette, ognuna ha avuto spiegazioni plausibili e non legate agli attentati. Ad esempio, l’analisi ha rivelato che il 95% delle opzioni put su UAL acquistate il 6 settembre proveniva da un unico investitore istituzionale statunitense, il quale non aveva alcun legame concepibile con al-Qaida e stava anzi bilanciando quella scommessa ribassista comprando anche 115.000 azioni di American Airlines il 10 settembre. Allo stesso modo, gran parte dei put su American Airlines del 10 settembre sono risultati collegati alle raccomandazioni di una newsletter finanziaria inviata agli abbonati il 9 settembre, che consigliava strategie speculative su quel titolo. In sostanza, gli investigatori hanno concluso che i picchi di trading, per quanto insoliti, furono frutto di coincidenze o strategie di mercato senza relazione con l’11/9. Non è emersa alcuna rete di speculatori con preavviso: come sintetizzato nel rapporto, “indagini accurate […] non hanno scoperto prove che qualcuno abbia guadagnato attraverso transazioni finanziarie grazie a conoscenze anticipate degli attacchi”. Dunque, la pista dell’insider trading terroristico è stata archiviata dalle autorità per mancanza di riscontri reali.
Teorie estreme e prive di prove
Vale la pena menzionare, in chiusura, che accanto alle tesi complottiste “principali” sopra descritte, ne esistono altre ancora più estreme e minoritarie. Si va dall’idea stravagante che nessun aereo commerciale abbia colpito le Torri Gemelle (la cosiddetta teoria “no-plane”, secondo cui le immagini televisive sarebbero false o mostrerebbero ologrammi/proiezioni al posto degli aerei reali) alle fantasie sull’uso di armi segrete sperimentali – ad esempio ipotetici ordigni nucleari miniaturizzati o raggi laser orbitanti – per distruggere gli edifici. Un’altra teoria priva di qualsiasi fondamento sostiene addirittura che 4.000 impiegati ebrei furono avvisati di non presentarsi al World Trade Center quella mattina, insinuando un coinvolgimento dei servizi segreti israeliani; questa diceria, oltre a essere smentita dal fatto che centinaia di vittime dell’11/9 erano di religione ebraica, ripropone un vecchio pregiudizio antisemitico già circolante in altre tragedie. Tutte queste affermazioni marginali condividono l’assenza totale di evidenze a supporto e vengono respinte unanimemente da storici, scienziati e analisti. In definitiva, a oltre vent’anni di distanza, l’intero impianto delle teorie alternative su 11/9 risulta privo di credibilità alla luce dei dati verificati: le spiegazioni fornite dalle indagini ufficiali – per quanto sconvolgenti nella loro semplicità – restano le uniche supportate da prove concrete.
Fonti:
- National Institute of Standards and Technology (NIST), 2005, 2008
- Popular Mechanics, 2005, 2011
- American Society of Civil Engineers (ASCE)
- Commissione 9/11, 2004
- Federal Bureau of Investigation (FBI)
- Securities and Exchange Commission (SEC)
- National Transportation Safety Board (NTSB)
- Council on Foreign Relations (CFR)
- Testimonianze dirette: vigili del fuoco di New York, Allyn Kilsheimer, coroner della contea di Somerset
- Thierry Meyssan, “L’effroyable imposture”, 2002
