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E se la Biblioteca Vaticana fosse usata per addestrare l’Intelligenza Artificiale?

Contenuto sviluppato con intelligenza artificiale, ideato e revisionato da redattori umani.
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Nella Città del Vaticano, tra la Biblioteca Apostolica Vaticana e l’Archivio Apostolico Vaticano, è custodito un patrimonio senza paragoni per vastità cronologica, estensione materiale e varietà linguistica. La Biblioteca comprende circa un milione e seicentomila volumi a stampa, oltre ottomila seicento incunaboli e circa ottantamila manoscritti. A questi si affiancano il Medagliere, con circa trecentomila monete e medaglie, e una raccolta grafica di centocinquantamila stampe e disegni. L’Archivio Apostolico Vaticano, a sua volta, si estende per circa ottantacinque chilometri lineari di scaffalature. Tutto il patrimonio si trova fisicamente entro i confini della Città del Vaticano: la Biblioteca occupa spazi nei Palazzi Vaticani, a ridosso della Cappella Sistina, mentre l’Archivio è conservato in ambienti appositi, anche sotterranei, progettati per garantire stabilità e sicurezza.

La digitalizzazione del patrimonio vaticano è già in corso da anni e una parte consistente dei manoscritti è consultabile attraverso il portale ufficiale DigiVatLib. Se l’intero corpus fosse reso disponibile in formato digitale testuale, con trascrizioni complete e metadati affidabili, e venisse utilizzato integralmente per l’addestramento di un grande modello di linguaggio, il risultato sarebbe una trasformazione sostanziale nella qualità delle risposte. L’effetto principale riguarderebbe la profondità storica della conoscenza, rafforzando la capacità del modello di collocare eventi, figure, istituzioni e dottrine con maggiore precisione. Un modello esposto a fonti primarie che attraversano più di duemila anni acquisirebbe la capacità di collocare eventi, figure, istituzioni e dottrine con una precisione più fine. Le risposte risulterebbero più attente alle fasi di trasmissione dei testi, alle trasformazioni linguistiche e alla progressione culturale delle idee. Si consoliderebbe un atteggiamento più vicino alla ricerca scientifica, con attenzione a riferimenti puntuali e a comparazioni interne.

L’impatto linguistico sarebbe particolarmente rilevante. Oltre al latino classico e tardo e al greco biblico e patristico, il modello si confronta con ebraico, arabo, siriaco, copto, armeno, geʿez e altre lingue poco rappresentate nei dataset moderni. Questo ampliamento darebbe maggiore stabilità alle traduzioni, consentirebbe di cogliere sottigliezze morfologiche e lessicali, e di restituire testi antichi in modo più fedele alla loro forma originaria. La resa delle abbreviazioni, dei segni diacritici, delle formule liturgiche o giuridiche diventerebbe più accurata, migliorando la capacità di produrre edizioni moderne rispettose delle convenzioni storiche. La comprensione di testi di filosofia scolastica, di diritto canonico e di storiografia ecclesiastica si arricchirebbe grazie a una mappatura più ampia del vocabolario tecnico e delle varianti locali.

La dimensione filologica assumerebbe un peso decisivo. I manoscritti offrono varianti, glosse, correzioni marginali, divisioni non uniformi del testo. Un modello addestrato su questa pluralità svilupperebbe una sensibilità interna verso la stratificazione dei contenuti. Potrebbe distinguere famiglie di testimoni, segnalare interpolazioni, suggerire ricostruzioni plausibili di lacune, e gestire ambiguità lessicali attraverso l’analisi contestuale. Il risultato sarebbe un livello di prudenza e documentazione maggiore, utile quando si discute di autenticità, di attribuzioni autoriali, di fasi redazionali e di percorsi di trasmissione. Questa capacità renderebbe lo strumento più vicino a un compagno di ricerca capace di mediare tra tradizione critica e innovazione tecnologica.

Le discipline storico-religiose riceverebbero un apporto consistente. L’accesso simultaneo a fonti dottrinali, conciliari, liturgiche, epistolari e commentari patristici o scolastici fornirebbe al modello la possibilità di connettere testi normativi, riflessioni teologiche e prassi ecclesiali. L’analisi comparata tra tradizioni greco-latine, arabo-islamiche ed ebraiche ne uscirebbe rafforzata, poiché il modello avrebbe appreso direttamente dalle fonti di intermediazione storica: traduzioni, versioni parallele, commenti intertestuali. Le dinamiche di influenza reciproca tra culture sarebbero documentate con maggiore granularità e la ricostruzione delle linee di continuità e rottura si farebbe più precisa.

La competenza stilistica si amplierebbe in maniera sensibile. L’esposizione a epistolari pontifici, formulari notarili, prosa umanistica, trattati esegetici medievali, omiletica e testi di controversia dottrinale permetterebbe al modello di adottare registri linguistici coerenti con le epoche e i contesti. Ne deriverebbe una produzione più fedele in latino, greco o in lingue volgari d’epoca, con riformulazioni in italiano contemporaneo capaci di rispettare tono, struttura e contenuto. Questa abilità stilistica avrebbe applicazioni sia nella ricostruzione accademica sia nella scrittura creativa, consentendo variazioni retoriche, sintattiche e lessicali difficili da ottenere senza una base di addestramento così ricca.

Un simile addestramento inciderebbe anche sul piano metodologico. La presenza di apparati critici, indici, repertori e inventari insegnerebbe al modello a costruire risposte più tracciabili, corredate da riferimenti e da percorsi di lettura. In contesti accademici, ciò significherebbe maggiore utilità pratica: suggerimenti di edizioni critiche, segnalazioni di testimoni pertinenti, indicazioni di concordanze e riferimenti bibliografici. Lo strumento potrebbe accompagnare il ricercatore nel lavoro quotidiano con un livello di dettaglio che i modelli addestrati unicamente su testi moderni non riescono a raggiungere.

Dal punto di vista quantitativo, l’impatto complessivo sul bilancio dei dati resterebbe modesto, poiché il corpus vaticano rappresenterebbe una frazione minima rispetto ai trilioni di token di un addestramento generalista. L’impatto qualitativo, invece, sarebbe rilevante. Si tratterebbe di introdurre una concentrazione di fonti poco presenti, con il risultato di colmare lacune nella rappresentazione del sapere storico-linguistico. Ciò porterebbe a risposte più attente ai dettagli, meglio documentate sul piano testuale e più rispettose delle differenze di tradizione.

Se oltre ai testi venissero inclusi anche layout e riproduzioni grafiche, un modello multimodale acquisirebbe la capacità di riconoscere scritture storiche, impaginazioni, segni paratestuali, rubriche, capilettera e annotazioni marginali. Saprebbe ricostruire sequenze di lettura in presenza di colonne multiple e interpretare simboli di riferimento interni. Questa competenza arricchirebbe anche la fase di generazione, con citazioni e rimandi organizzati secondo criteri più vicini a quelli usati dagli studiosi di filologia e di storia del libro.

In prospettiva, la conseguenza più importante sarebbe l’emergere di un assistente di ricerca dotato di una memoria testuale più ampia e di capacità di connessione più sottili. Per storici, filologi, latinisti, grecisti, canonisti e studiosi delle religioni, ciò significherebbe poter accedere a ricostruzioni di passi complessi, mappature delle varianti, percorsi intertestuali attraverso autori e secoli, soluzioni traduttive raffinate, consigli bibliografici mirati. L’insieme di queste funzioni renderebbe il modello uno strumento capace di moltiplicare le competenze, di accelerare il lavoro e di offrire nuovi punti di vista su ambiti scarsamente rappresentati nel web contemporaneo. La precisione, la pertinenza e la capacità di collegare fonti lontane tra loro ne farebbero un alleato essenziale per l’avanzamento delle discipline umanistiche e storiche.