L’area euro‑atlantica vive una fase di tensione crescente, segnata dall’intensificarsi di episodi che mettono alla prova la tenuta collettiva dell’Alleanza. Diversi Stati membri hanno segnalato incursioni di droni provenienti dalla Russia, intercettati o abbattuti in prossimità dei propri confini. Varsavia ha invocato le consultazioni previste dall’Articolo 4 del Trattato NATO, mentre paesi baltici e scandinavi hanno innalzato il livello di allerta e predisposto misure difensive aggiuntive. A livello operativo, sono stati dispiegati nuovi velivoli di sorveglianza e aumentate le pattuglie di intercettazione lungo il fianco orientale. Questa dinamica configura un contesto dove la pressione ibrida e i margini di errore si sovrappongono, con il rischio concreto di incidenti che potrebbero innescare escalation indesiderate.
Gli indicatori globali non lasciano spazio a ottimismo. Il Doomsday Clock, simbolo ideato dal Bulletin of the Atomic Scientists, rimane fissato a 89 secondi dalla mezzanotte, il livello più vicino mai registrato a una catastrofe su scala planetaria. La scelta riflette la fragilità del controllo degli armamenti, il protrarsi delle guerre e la competizione tra grandi potenze. Secondo i dati SIPRI aggiornati a gennaio 2025, il mondo dispone di 12.241 testate nucleari, di cui 9.614 custodite in arsenali militari. Di queste, circa 3.912 risultano operative e 2.100 in stato di elevata prontezza. Stati Uniti e Russia detengono la quota predominante, mentre la Cina accelera il ritmo di crescita del proprio arsenale, stimato ormai tra le 500 e le 600 unità, parallelamente alla modernizzazione dei vettori.
La regione europea orientale rimane sotto l’effetto dell’aggiornamento dottrinale annunciato dal Cremlino nel novembre 2024, che ha ampliato i criteri per un eventuale ricorso all’arma atomica e ha incluso la difesa della Bielorussia in questo perimetro. Le esercitazioni Zapad‑2025, condotte da Mosca e Minsk, hanno simulato scenari integrati di impiego convenzionale e nucleare tattico, confermando la volontà di proiettare forza e deterrenza. La presenza di armamenti tattici russi sul territorio bielorusso si configura oggi come un fattore strutturale di instabilità per il fianco est della NATO.
Negli Stati Uniti procede la modernizzazione della triade strategica. Programmi come il nuovo missile intercontinentale Sentinel, il bombardiere B‑21 e la classe di sottomarini Columbia avanzano parallelamente al rinnovo della rete di comando e controllo. La Congressional Budget Office ha stimato in 946 miliardi di dollari, nel periodo 2025–2034, i costi complessivi legati alla gestione e all’aggiornamento delle capacità nucleari. Al contempo, Washington e Berlino hanno concordato la possibilità di ospitare, dal 2026, dispiegamenti temporanei di missili a lungo raggio in Germania per finalità di esercitazione, opzione che il Cremlino considera una minaccia diretta.
Nell’Indo‑Pacifico la Cina consolida la propria triade e amplia le infrastrutture destinate a silos di nuova generazione, mantenendo formalmente la dottrina del no‑first‑use. La Corea del Nord, intanto, ha reso noto un test di motore a combustibile solido per missili intercontinentali, presentato come passo finale prima di nuovi lanci. Pur restando incerta la piena affidabilità delle tecnologie di rientro, la traiettoria di Pyongyang accresce la pressione regionale e alimenta la corsa agli armamenti.
Il Medio Oriente continua a essere attraversato da tensioni connesse al programma nucleare iraniano. A settembre Teheran ha annunciato con l’AIEA un’intesa preliminare per il ritorno degli ispettori, ma il dibattito internazionale sull’attivazione del meccanismo di “snapback” delle sanzioni ONU rischia di compromettere l’accordo. Secondo le comunicazioni ufficiali, le scorte di uranio arricchito hanno superato in modo significativo i limiti del JCPoA, con circa il 60% già raggiunto in alcuni stock, un livello che riduce drasticamente i tempi tecnici necessari per un eventuale sviluppo militare.
Sul fronte dei trattati, la scadenza del New START incombe senza che siano stati avviati negoziati sostanziali per un successore. Mosca ha segnalato la disponibilità a rispettare i limiti numerici per un anno oltre la data del febbraio 2026, a condizione che anche Washington faccia altrettanto. Si tratta di un impegno minimo, utile ad arginare il rischio immediato di una corsa incontrollata, ma insufficiente a ricostruire un sistema credibile di ispezioni e trasparenza.
Il bilancio complessivo indica che non vi sono segnali di una preparazione imminente all’uso di armi nucleari strategiche su scala globale. Le posture restano orientate alla deterrenza, ma cresce la vulnerabilità alle crisi di soglia e agli incidenti, come mostrano le incursioni aeree nello spazio NATO e l’intreccio di esercitazioni e dichiarazioni coercitive. Il sistema si avvicina così a limiti delicati, anche senza segnali di un salto qualitativo verso l’impiego.
In questo scenario, le priorità sono chiare: rafforzare i meccanismi di gestione degli incidenti sul fianco est; aprire canali di comunicazione strutturati con Pechino su esercitazioni e notifiche; consolidare un’intesa stabile tra AIEA e Iran in grado di resistere alle oscillazioni politiche; riavviare con urgenza un negoziato tra Stati Uniti e Russia su un dopo‑New START solido e verificabile. Se queste condizioni reggono, la possibilità di contenere i rischi rimane concreta. Se invece dovessero crollare, ogni episodio periferico potrebbe assumere proporzioni sproporzionate e trascinare il sistema internazionale verso dinamiche di escalation difficilmente controllabili.
