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La minaccia di un conflitto nucleare mondiale è più concreta?

Contenuto sviluppato con intelligenza artificiale, ideato e revisionato da redattori umani.
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Il sistema internazionale si muove dentro una fase di instabilità più fitta e più nervosa rispetto a quella osservata fino a pochi mesi fa. La pressione russa sul fianco orientale della NATO, la scadenza del New START, l’espansione degli arsenali asiatici e la guerra aperta tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno compresso nello stesso spazio strategico crisi regionali, posture nucleari e incidenti potenzialmente suscettibili di trascinarsi oltre il perimetro iniziale. In questo quadro la deterrenza continua a reggere l’architettura della sicurezza globale, però lo fa in un ambiente sempre più affollato di segnali ostili, tempi di reazione ridotti e margini politici più stretti.

Sul fronte euro-atlantico la tensione resta alta. I mesi recenti hanno lasciato in eredità una serie di episodi che hanno spinto diversi paesi della NATO a rafforzare sorveglianza aerea, pattugliamenti e capacità di risposta rapida. La Polonia continua a trattare con estrema cautela ogni possibile sconfinamento, i paesi baltici mantengono una soglia di allerta elevata, e il Nord Europa si muove ormai dentro un lessico strategico molto più duro rispetto al passato. L’ingresso della Finlandia e della Svezia nell’orizzonte operativo dell’Alleanza ha allargato il baricentro verso il Baltico e l’Artico, trasformando quell’area in uno dei teatri decisivi della competizione con Mosca. Lì si intrecciano esercitazioni, sorveglianza, posture navali e messaggi politici che puntano a ribadire presenza e credibilità.

Questo irrigidimento si accompagna a un deterioramento generale dell’ambiente nucleare. Il Doomsday Clock è stato portato a 85 secondi dalla mezzanotte, soglia che esprime la percezione di un sistema più vicino al rischio estremo di quanto fosse in passato. I dati più recenti consolidati parlano ancora di oltre dodicimila testate nucleari nel mondo, con una larga quota concentrata nelle mani di Stati Uniti e Russia, e con migliaia di ordigni già assegnati a forze operative o mantenuti in stato di elevata prontezza. Il punto più delicato, oggi, sta nel fatto che questa massa di capacità strategiche continua a esistere mentre si assottigliano gli strumenti politici e giuridici pensati per contenerla, verificarla e renderla prevedibile.

La fine del New START, scaduto il 5 febbraio 2026 senza un successore, ha aperto una fase nuova. Per la prima volta da decenni Washington e Mosca restano prive di un accordo pienamente funzionante che imponga limiti verificabili alle forze strategiche dispiegate. Questo vuoto pesa più della semplice assenza di un tetto numerico. Vengono meno ispezioni, procedure, trasparenza, abitudini di dialogo tecnico e una parte di quel linguaggio comune che in passato aveva contribuito a frenare la spirale della diffidenza. In un’epoca segnata da crisi simultanee, il venir meno di queste strutture aumenta la vulnerabilità agli errori di calcolo e ai peggiori automatismi della competizione.

La Russia continua intanto a usare la leva nucleare come sfondo costante della propria pressione militare e diplomatica. La revisione dottrinale annunciata dal Cremlino nel novembre 2024 ha abbassato la soglia teorica dell’impiego atomico in relazione a una gamma più ampia di minacce convenzionali, mentre la Bielorussia è entrata con maggiore evidenza nel sistema di proiezione russo. Le esercitazioni congiunte, la presenza di armamenti tattici sul territorio bielorusso e il dispiegamento di nuovi sistemi a capacità intermedia spingono i paesi confinanti a leggere il fianco est come uno spazio dove deterrenza convenzionale e deterrenza nucleare si toccano con maggiore frequenza. Il risultato è un clima in cui ogni episodio aereo, navale o missilistico viene interpretato subito alla luce di uno scontro più ampio.

Anche gli Stati Uniti proseguono nella modernizzazione completa della triade strategica. Il missile Sentinel, il bombardiere B-21 e i sottomarini della classe Columbia avanzano insieme al rinnovamento delle reti di comando, controllo e comunicazione. Questa traiettoria rientra in una logica di lungo periodo, però oggi si colloca dentro una cornice molto più tesa, perché la modernizzazione americana si incrocia con l’assenza di un trattato attivo con la Russia, con la crescita cinese e con il riemergere della deterrenza come tema politico centrale anche in Europa. Francia e Germania stanno spingendo la cooperazione strategica su un terreno più esplicito, segnale di un continente che avverte il bisogno di ripensare i propri strumenti di protezione dentro un ordine internazionale meno stabile.

Nell’Indo-Pacifico, infatti, la pressione continua a salire. La Cina amplia il proprio arsenale e sviluppa infrastrutture pensate per sostenere una triade più robusta, con nuovi silos e una maggiore articolazione dei vettori. Pur continuando a richiamare formalmente il principio del no-first-use, Pechino viene ormai osservata come una potenza che vuole consolidare uno status strategico pienamente comparabile a quello delle maggiori forze nucleari. Accanto a questo processo, la Corea del Nord continua a usare test, lanci e dimostrazioni di capacità come strumenti di pressione costante. Il teatro asiatico entra così nel quadro globale della deterrenza con un peso crescente, perché costringe Washington a distribuire attenzione, risorse e credibilità tra Europa, Pacifico e Medio Oriente.

Proprio il Medio Oriente è il punto in cui la temperatura si è alzata con maggiore bruschezza. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha aperto una crisi di portata molto più ampia di un semplice confronto regionale. Gli scontri, le rappresaglie e gli attacchi indiretti hanno coinvolto o minacciato lo Stretto di Hormuz, le basi statunitensi nel Golfo, i traffici marittimi e le infrastrutture sensibili dell’area. L’Italia si muove dentro questo scenario come parte del quadro occidentale, con attenzione alla protezione dei dispositivi alleati nel Mediterraneo orientale e alla sicurezza energetica e navale, in un contesto dove ogni allargamento del conflitto può riflettersi rapidamente anche sullo spazio europeo. La crisi ha già mostrato quanto il Golfo sia ormai un nodo strategico che lega insieme petrolio, gas, rotte commerciali, basi militari e infrastrutture digitali.

Il dossier nucleare iraniano, dentro questa guerra, torna al centro con una forza ulteriore. Negli ultimi mesi il livello di arricchimento dell’uranio e la dimensione delle scorte hanno continuato a generare allarme, mentre il meccanismo di snapback delle sanzioni ONU ha riaperto uno scontro politico duro tra potenze occidentali, Russia e Cina. L’AIEA continua a cercare un margine di accesso e verifica, e al tempo stesso ribadisce di non avere ancora prove definitive di un programma ordinato alla costruzione di un’arma. Il problema sta nel fatto che il tempo tecnico necessario per avvicinarsi a una soglia molto sensibile si è ridotto, e che la guerra rende più fragile qualsiasi tentativo di stabilizzare il rapporto tra ispezioni, diplomazia e pressione militare. In una situazione del genere, la questione iraniana smette di essere un dossier separato e torna a fondersi con la dinamica generale della sicurezza internazionale.

Il quadro complessivo, dunque, parla di un mondo più armato, più esposto e meno regolato. Le potenze nucleari continuano a muoversi entro la logica della deterrenza, però questa logica opera sempre più spesso a ridosso di guerre reali, incidenti ibridi, crisi energetiche e competizioni regionali che possono toccarsi e alimentarsi a vicenda. Le priorità restano chiare: riaprire un negoziato credibile dopo il New START, ricostruire meccanismi di trasparenza tra Washington e Mosca, mantenere aperti canali con Pechino sulle posture strategiche, riportare l’AIEA in una posizione più solida sul dossier iraniano e rafforzare i sistemi di gestione degli incidenti tra NATO e Russia. Finché questi argini terranno, la crisi globale resterà dura ma ancora contenibile. Se dovessero indebolirsi ulteriormente, anche un episodio locale potrà acquistare un peso molto più grande e spingere il sistema internazionale verso una stagione di escalation difficili da controllare.