Verso la fine del 2025 il “vibe coding” è uscito dalla cerchia degli addetti ai lavori ed è entrato nel lessico pubblico. Collins Dictionary lo ha scelto come Word of the Year 2025, definendolo come un modo di sviluppare software in cui il linguaggio naturale diventa direttamente codice, grazie agli strumenti basati su modelli generativi.
Il termine nasce in un momento preciso, febbraio 2025, quando Andrej Karpathy lo usa per descrivere un flusso di lavoro dove l’attenzione si sposta dall’atto di scrivere righe di codice al guidare un sistema che le produce. Nella formulazione che ha fatto scuola, l’idea chiave è arrivare a “dimenticare che il codice esiste”, perché l’interazione principale diventa la richiesta in linguaggio naturale e la verifica del risultato tramite esecuzione, output e iterazioni successive.
Il successo dell’espressione è legato anche a un percorso iniziato prima del 2025. Nel gennaio 2023 Karpathy aveva scritto che “The hottest new programming language is English”, una frase diventata una scorciatoia concettuale per spiegare il cambio di interfaccia tra esseri umani e software. Nel 2025 quel concetto trova un’etichetta nuova e più pratica, legata a strumenti reali usati ogni giorno dentro ambienti di sviluppo e agenti conversazionali.
Nel dibattito sul vibe coding emerge un punto ricorrente: sta cambiando l’ordine delle attività con cui si costruisce il software. L’implementazione, intesa come scrittura materiale del codice, tende a richiedere meno tempo umano rispetto al passato, perché una parte viene delegata a strumenti generativi guidati da istruzioni in linguaggio naturale. Di conseguenza acquistano centralità la qualità della richiesta iniziale, la definizione dei vincoli, i criteri di accettazione e la verifica rapida tramite esecuzione, output e test. Da qui nasce la sensazione, molto citata nel 2025, di un passaggio dalla fase di dimostrazioni spettacolari a un uso quotidiano che incide su tempi, ruoli e abitudini di sviluppo.
Un esempio netto arriva dal modo in cui la stampa generalista ha raccontato il fenomeno. John Naughton, su The Guardian, ha scritto che ciò che si vede con i copiloti e i nuovi assistenti porta verso “la fine della programmazione come la conoscevamo”, e ha collegato il cambio a un’idea precisa: il lavoro dei programmatori viene trasformato dall’uso di questi strumenti, con una ricomposizione delle competenze richieste.
Lo stesso articolo richiama un’altra affermazione molto citata, attribuita a Tim O’Reilly: l’impatto principale riguarda la trasformazione del lavoro quotidiano degli sviluppatori. In questa lettura, il punto non è la sparizione della figura del programmatore, quanto il suo spostamento verso attività di progettazione, verifica, integrazione e scelta delle priorità.
Nel 2025 la forza del vibe coding sta anche nei numeri e nelle previsioni che circolano nel mondo enterprise. Una stima ricorrente, ripresa da più fonti, indica che entro il 2028 una quota rilevante del nuovo software enterprise in produzione verrà creata con tecniche e strumenti riconducibili a questo approccio; la cifra più citata è il 40%. È una frase che, da sola, spiega perché i reparti tecnologici abbiano iniziato a trattare il tema come una scelta di processo e non come curiosità.
Il passaggio dal prototipo al contesto aziendale è stato raccontato anche come allargamento del pubblico: strumenti basati su linguaggio naturale rendono più facile partecipare alla costruzione di applicazioni interne, perché il contributo iniziale può arrivare da chi conosce bene un processo di business e sa descriverlo con precisione, mentre il team tecnico si concentra su integrazioni, requisiti di qualità e gestione del ciclo di vita. Questa dinamica è al centro di molti resoconti sull’arrivo del vibe coding nelle imprese.
Dentro la comunità tecnica, invece, la discussione si è concentrata sul significato operativo del termine. Simon Willison ha proposto una distinzione utile: quando un modello scrive codice e lo sviluppatore lo rilegge, lo capisce e lo testa con attenzione, siamo nel territorio dell’assistenza alla digitazione e dell’accelerazione. Quando l’approccio punta soprattutto a iterare sui risultati, accettando grandi blocchi di output e correggendo tramite prompt e feedback di esecuzione, allora ci si avvicina al vibe coding come pratica specifica. Questa distinzione è diventata un modo pragmatico per evitare che l’etichetta copra ogni forma di sviluppo assistito.
Un’altra dichiarazione importante, arrivata in forma di correzione del linguaggio più che di entusiasmo, è quella di Andrew Ng. Ng ha criticato il nome perché può far pensare a un’attività leggera, mentre lavorare bene con questi strumenti richiede rigore mentale, capacità di definire vincoli, e attenzione al comportamento del sistema lungo le iterazioni. Nella sua posizione c’è anche un punto chiave per il pubblico generalista: imparare almeno un linguaggio di programmazione resta utile come alfabetizzazione, perché aiuta a dialogare con precisione con la macchina e a valutare ciò che esce.
Nel frattempo, il 2025 ha visto consolidarsi una seconda linea narrativa: il vibe coding come porta d’ingresso. IEEE Spectrum ha raccolto testimonianze di ingegneri che lo usano per muoversi più rapidamente tra linguaggi e tecnologie diverse, accelerando l’apprendimento pratico e la capacità di costruire prototipi funzionanti in stack poco familiari. In questo racconto, l’effetto più visibile è l’abbassamento del tempo necessario per arrivare a un risultato verificabile.
Accanto ai media e alle opinioni, ci sono segnali che mostrano come “vibe coding” sia diventato un’etichetta industriale, al punto da finire dentro nomi di prodotti. A dicembre 2025 Mistral ha lanciato Devstral 2 e Mistral Vibe CLI, descrivendo Vibe come un agente open source da terminale capace di lavorare in modo autonomo su compiti di ingegneria del software, con accesso a strumenti e contesto di progetto. È un passaggio importante: dall’assistente che suggerisce righe al sistema che percorre repository, modifica file e completa task seguendo istruzioni in linguaggio naturale.
Questa direzione “agentica” è anche il ponte più chiaro verso il 2026. Se nel 2024 e nella prima parte del 2025 l’immaginario dominante era quello dell’autocompletamento potenziato, nella seconda parte del 2025 l’attenzione si è spostata su agenti che pianificano, eseguono comandi, leggono log, applicano patch e riprovano. Nel 2026 è plausibile una normalizzazione di questi agenti dentro flussi di lavoro standard: IDE, terminale, sistemi di issue tracking e pipeline di integrazione continua, con l’agente che diventa un collega operativo per compiti delimitati e verificabili.
In pratica, l’evoluzione più probabile nel 2026 riguarda tre punti. Il primo è la crescita della “consapevolezza del progetto”: più contesto di repository, maggiore coerenza tra file, migliore gestione di dipendenze e configurazioni. Il secondo è l’autonomia controllata: sessioni più lunghe, capacità di portare a termine task complessi a step, con checkpoint e ripartenze. Il terzo è la verifica integrata: generazione di test, esecuzione, interpretazione dei risultati, correzione iterativa, fino a soddisfare criteri espliciti. Il fatto che i vendor presentino ormai gli strumenti come agenti che “risolvono task autonomamente” indica la direzione del mercato.
Sul piano delle competenze, il 2026 potrebbe rendere più evidente una divisione del lavoro nuova. Una parte di “coding” diventa scrittura di specifiche operative, definizione di vincoli e criteri di accettazione, progettazione di casi di test, e capacità di leggere rapidamente output e log per capire dove intervenire con una richiesta più precisa. In parallelo, la scrittura manuale di codice resta centrale nei punti in cui servono scelte architetturali, performance, integrazioni sofisticate, o un controllo fine dell’implementazione. Il risultato è un mestiere più vicino alla direzione tecnica di un processo, con cicli molto rapidi tra intenzione, generazione ed esecuzione.
Nel 2026 crescerà la quantità di “software su misura”, piccoli strumenti creati per una singola esigenza o un singolo team, costruiti in ore invece che in settimane, grazie a un dialogo in linguaggio naturale con un assistente. Questo filone è stato portato all’attenzione anche da giornalisti che hanno sperimentato in prima persona, raccontando applicazioni personali costruite senza passare dalla scrittura tradizionale di codice.
Il fatto che “vibe coding” sia diventato Word of the Year 2025 per Collins segnala una cosa precisa: l’idea ha superato la fase di gergo interno e ha iniziato a descrivere un cambiamento percepito come reale e diffuso. Nel 2026, più che una moda, ci si può aspettare una stabilizzazione del concetto come abbreviazione comoda per indicare sviluppo guidato dal linguaggio naturale, con agenti sempre più presenti nei tool quotidiani.

Vibe Coding: Programmare dialogando con l’AI
